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SCENARIO/ 2. Caro Berlusconi, è Napolitano la "chiave" della manovra

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Silvio Berlusconi e Giorgio Napolitano (Imagoeconomica)  Silvio Berlusconi e Giorgio Napolitano (Imagoeconomica)

Ad assistere al dibattito di questi giorni sulla manovra di aggiustamento finanziario, vien da pensare che resti del tutto disattesa la grande lezione di responsabilità istituzionale, orgoglio nazionale e realismo politico tenuta dal Presidente Napolitano al Meeting di Rimini, a dispetto dei plausi unanimemente resi dalle forze politiche alle parole del Capo dello Stato.

Nel messaggio di Napolitano infatti il “linguaggio della verità”, così provocatoriamente invocato, non si è tradotto solamente nell’impietosa rassegna dei nodi critici che attanagliano il Paese. Più ancora, si è risolto nell’indicazione dell’unico possibile metodo in grado di alimentare ragionevolmente “il coraggio della speranza, della volontà e dell’impegno”; tale, insomma, da mobilitare “quella grande tensione, quello stesso impegno verso il bene comune”, già dimostrati in altre drammatiche prove della nostra storia.

In effetti, c’è un filo rosso che lega la dinamica degli ultimi 150 anni e che segna la cifra peculiare del Paese (quantomeno sino all’avvento della Seconda Repubblica). Si tratta di una linea di eventi sociali, politici, istituzionali e culturali generata da quella che è stata spesso definita spregiativamente l’anomalia italiana e che, invece, ne rappresenta l’essenziale specificità. Questa consiste nella capacità di tenere insieme gli opposti e di ricomporre i dissidi, così da scongiurare le discriminazioni, dirimere i conflitti, valorizzare le differenze, salvaguardare la pace sociale e incrementare lo sviluppo economico. Non a caso Napolitano ha contrapposto il primo trentennio all’ultimo ventennio della storia repubblicana, facendo risaltare la differenza fra l’accelerazione socio-economica del primo periodo e la stagnazione della crescita e della competitività del secondo.

Il rilievo è essenziale. Evidenziando le diverse conseguenze economiche derivanti dal differente tipo d’impegno politico dei due periodi, è emerso il (necessario) primato della politica sull’economia e, di rimando, la non riducibilità dell’attuale crisi in termini di Pil, derivando la stessa da ben “altri fattori” di ordine non solo quantitativo, ma, per l’appunto, politico e ideale. Basti pensare al contributo politico reso nel trentennio successivo alla nascita della Repubblica. La fase politicamente compromissoria della storia repubblicana, infatti, non si è esaurita nella straordinaria esperienza dell’Assemblea costituente. Essa è proseguita in termini certamente differenti e inediti nel successivo trentennio. Il tessuto socio-culturale italiano presentava le medesime ragioni di contrapposizione e conflitto fra classi e culture, che avevano generato la divisione di Yalta e provocato lo scoppio della guerra fredda. Non per questo, tuttavia, l’ordine di Yalta è stato posto in discussione. Esso, anzi, è stato considerato come “provvisoriamente definitivo” - per riprendere la significativa espressione usata da Augusto Del Noce a proposito dell’essenziale contributo di Giulio Andreotti - sino a costituire la base di un inedito (e fortunato) allineamento fra il contesto geopolitico internazionale e l’assetto sociale, politico ed istituzionale del Paese.


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