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RIFORME/ Così l’abolizione delle Province diventa un fallimento

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Si consideri il caso riguardante la soppressione delle Province sancito dal disegno governativo di riforma costituzionale. Nel vigente sistema, queste costituiscono enti territoriali necessari e sono disciplinate dallo Stato con riguardo agli aspetti essenziali (legislazione elettorale, organi di governo e funzioni fondamentali), in modo da impedire la proliferazione di micro-modelli regionali; sono, dunque, differenziabili solamente dal punto quantitativo (territorio, numero di abitanti e di consiglieri), per il resto rimanendo uniformi le funzioni e il sistema di governo.

I profili deficitari dell’attuale sistema, di conseguenza, non concernono né il ruolo di coordinamento riconosciuto alle Province, né l’uniformità di disciplina; interessano, piuttosto, il mancato riconoscimento di un dinamismo strategico nelle funzioni di area vasta e il conseguente appiattimento su rivendicazioni campanilistiche. Di qui, il recente sconsiderato aumento delle piccole province e lo sciagurato aumento della spesa pubblica.

Orbene, rispetto a tale quadro normativo, il disegno governativo di riforma non si preoccupa tanto di favorire una razionalizzazione del sistema, riducendo il numero delle Province e snellendone gli organi (soluzione, sia detto per inciso, soggetta alla semplice via legislativa e non a quella di modifica della Costituzione). Per contro, esso realizza un’opera di mero gattopardismo istituzionale dagli esiti infausti: riconosce l’insostituibilità del ruolo svolto dalle Province, ne limita le potenzialità e ne sopprime la figura, sostituendola con una sorta di armata Brancaleone territoriale.

Più precisamente, per un verso, limita il ruolo di coordinamento al solo “esercizio” delle funzioni di governo di area vasta. Per altro verso, demanda tale nuovo ruolo a un organismo da disciplinare in sede regionale e non più statale, consistente in una mera associazione fra i Comuni del medesimo comprensorio provinciale.

Si tratta di una soluzione prevedibilmente fallimentare e fonte di insostenibili e innumerevoli complicazioni. La nuova forma associativa, infatti, è priva di quell’autonomia necessaria a imporsi sia sui comuni aderenti, sia sulla Regione di riferimento. Essa si risolve in un organismo pletorico e facoltativo, derivando dall’adesione non obbligatoria dei numerosissimi comuni presenti nel territorio.