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Politica

RIFORME/ Così l’abolizione delle Province diventa un fallimento

Con un disegno di riforma costituzionale, il governo è pronto a cambiare l’assetto delle Province italiane. Il commento di VINCENZO TONDI DELLA MURA

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A leggere i disegni di riforma di questi giorni, vien da pensare che il vero pericolo per l’equilibrio del sistema costituzionale non provenga più dall’“ingegneria istituzionale”, bensì, più banalmente, dall’“approssimazione istituzionale”.

Gli “ingegneri” sono coloro che nutrono piena fiducia nella capacità delle regole di creare un sistema virtuoso. Essi ritengono che le regole, di per sé, rappresentino l’unica garanzia per il buon funzionamento del sistema. In tal senso, credono che le stesse siano esportabili e trapiantabili in contesti diversi da quello originario, mantenendo comunque intonsa la propria efficacia.

Gli “approssimativi”, al contrario, non si curano degli esiti delle regole da introdurre, né si preoccupano dell’eventualità che le stesse siano irrazionali, prima ancora che irragionevoli. Essi, più semplicemente, confidano nella forza simbolica (e taumaturgica) delle stesse, anche se di per sé illogiche e deficitarie. In tal senso, ritengono che compito delle regole sia quello di recepire gli slogan e i messaggi mediatici imperanti nel corpo sociale, indipendentemente dalla considerazione delle conseguenze derivanti dal relativo accoglimento.

In definitiva, gli “ingegneri”, muovendo dall’ottimismo della ragione di stampo illuministico, credono nell’universalità della forza delle regole e dei relativi effetti, a prescindere dal contesto di riferimento; gli “approssimativi”, muovendo dall’ottimismo della volontà di stampo liberale, considerano le regole quali mere sovrastrutture di un corpo sociale in ogni caso capace di autoregolarsi.

Per gli uni, è essenziale la trapiantabilità di istituti di democrazia altrove dimostratisi efficaci; per gli altri, è sufficiente la semplice parvenza di quei medesimi istituti. Gli uni, riformano per riformare, anche se a costo di trapiantare regole non adeguate al contesto nostrano e da modificare una volta sperimentate; gli altri, riformano per rispondere alle pressioni esterne di cambiamento, anche se a costo di inserire regole di mera facciata e nemmeno idonee a essere sperimentate.

A leggere i disegni di riforma di questi giorni, è proprio questa l’amara considerazione che si trae. Non che la riforma del sistema sia inutile, posta la disperata necessità di ammodernare il sistema e di estirpare quelle sacche di privilegi e malgoverno responsabili dell’attuale drammatica situazione del Paese. Essa, tuttavia, è stata scritta non già per riformare, bensì per dare la mera parvenza della riforma, al fine di placare la tempesta speculativa di questi tempi.