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Politica

LEGA NORD/ 2. Chi sarà il successore di Umberto Bossi?

Insieme a GIANLUIGI DA ROLD ripercorriamo le tappe principali della storia della Lega Nord, passando attraverso i rapporti con Napolitano, con Berlusconi, e gli scenari futuri

Bossi e Maroni (Foto Ansa)Bossi e Maroni (Foto Ansa)

Il sindaco di Varese, l'avvocato Attilio Fontana, è persona di grande urbanità. Risponde con cortesia al cellulare, ascolta e poi spiega: “Parlo volentieri, ma dipende di che cosa vogliamo parlare. Al momento di Lega Nord, di politica, mi dispiace ma non parlo”. Dà un appuntamento nel giro di qualche giorno, aggiungendo: “Provi, che magari qualche cosa può cambiare”.
In questo periodo, senza che i leghisti si offendano, sembra di affrontare un partito con un politburo al vertice, come ai tempi del vecchio PCUS (per i giovani il partito comunista dell'Unione Sovietica), dove una dichiarazione può essere presa come prova d'accusa (una volta si chiamava frazionismo) che ti porta diritto davanti a una commissione, si spera, o a un leader che decreta sospensione o espulsione.
Questo clima all'interno della Lega non è una novità assoluta. C'è stato varie volte nella storia ormai più che ventennale nel movimento creato da Umberto Bossi. La prima Lega lombarda fu una sorta di rottura tra due cognati. Poi, periodicamente, con un'abilità politica istintiva, quasi animalesca, era Bossi stesso a decretare gli “allontanamenti”.
Memorabili gli scontri con l'ex leader della Liga Veneta, Franco Rocchetta, con Franco Castellazzi, capogruppo della Lega nel consiglio regionale lombardo, ma molto più significative le ultime fuori-uscite spontanee o “spintanee”. Occorre dire che nella prima Lega Nord, nata dall'unificazione dei vari movimenti autonomisti e secessionisti dal Piemonte al Veneto, Bossi aveva la capacità di scegliere una linea politica precisa, difenderla e farla osservare quasi ossessivamente. Che poi si concedesse qualche scorciatoia o cambiamento di rotta, il fatto riguardava solo lui. In tutti i casi, chi dirottava da questa linea doveva “prendere la porta”.
Ma in fondo, ai fini del movimento leghista, era quasi un ricambio fisiologico e continuo di classe dirigente, che rafforzava soprattutto il potere del leader carismatico e, per essere più precisi, decretava la leadership assoluta del padre-fondatore, del partito-persona. Se si guarda oggi al gruppo dirigente leghista, si vede che i superstiti della prima grande stagione leghista sono ben pochi: Roberto Maroni e Roberto Castelli. Lo stesso Roberto Calderoli è un leader successivo di poco tempo. E, a ben vedere, non mancano solo i rappresentanti più “estroversi”, come il gigantesco Erminio Boso, ma anche i rappresentanti di una società che si collega alla borghesia imprenditoriale lombarda e del Nord Est, quella che aveva puntato seriamente e convintamente sulla Lega all'inizio degli anni Novanta.
I più rappresentativi di questa fascia erano gli ex ministri Giancarlo Pagliarini e Vito Gnutti, che poi si ribellarono al lider maximo. Ora la situazione appare completamente cambiata.
“Bobo” Maroni è un ministro di lunga militanza. Ebbe un apparente, duro contrasto con Bossi, ai tempi del cosiddetto “ribaltone” del 1994. I più attenti osservatori ritenevano che quel contrasto fosse un'”opzione pilotata” da tutti e due, cioè sia da Bossi che da Maroni.