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MANOVRA/ Il Senato vota la fiducia con 165 sì e 141 no

Pubblicazione:mercoledì 7 settembre 2011 - Ultimo aggiornamento:mercoledì 7 settembre 2011, 20.52

Foto Imagoeconomica Foto Imagoeconomica

E’ passata, come da copione, la manovra finanziaria. Il decreto, dopo un iter tortuoso e complicato inaugurato questa estate, se passerà anche alla Camera sarà convertito in legge. Per evitare sorprese, benché il governo avesse smentito con forza l’ipotesi, sul provvedimento è stata posta la questione di fiducia che è stata votata con 165 sì, 141 no e 3 astenuti. Le norme contenute sono destinate, nelle intenzioni, a modificare strutturalmente l’assetto della nostra economia. Il governo si è posto l’ambizioso obiettivo di giungere al pareggio di bilancio entro il 2016. Più che un obiettivo, un obbligo impostoci dall’Europa. La speculazione finanziaria scagliatasi contro l’Italia, in seguito all’indebolimento della classe politica, ha fatto sì che i nostri mercati finanziari subissero un grave tracollo. Contestualmente, il venir meno della fiducia nei nostri titoli  da parte degli delle nazioni europee, Francia e Germania in primis, ha reso la situazione insostenibile. Per questo, i principali attori dello scacchiere europeo – la Bce, la Commissione, il Parlamento, nonché Francia e Germania – ci avevano lanciato una sorta di ultimatum: l’Italia torna credibile, risana il debito e mostra la volontà politica di risollevarsi dallo stallo approvando rapidamente la manovra, o ci penseremo due volte ad aiutarla in caso di crisi. Tradotto: niente pacchetti finanziari europei, e nessun rinnovo dell’acquisizione dei nostri titoli,  con il rischio di default. La manovra va approvata a tutti i costi, quindi, è stato il pensiero dell’esecutivo. Che, per riuscire nell’operazione, ha scontentato gran parte dei cittadini. Molte delle norme in essa contenute, infatti, rappresentano un accanimento sul ceto più debole e la possibilità di indebolire ulteriormente quello medio. L’aggravio fiscale peserà, soprattutto, sui lavoratori dipendenti e sui piccoli risparmiatori. Tra le ultime norme introdotte, l’aumento dell’Iva dal 20 al 21 per cento, l’adeguamento dell’età pensionabile per le donne del settore privato - già dal 2014 andranno in pensione a 65 anni come gli uomini - e l’eliminazione delle Provincie. Latita la norma, inizialmente sbandierata, sul dimezzamento dei parlamentari.


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