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Politica

IL PALAZZO/ Le due vittorie che rilanciano Berlusconi (e non Monti)

Il verdetto della Consulta e il no all'arresto di Cosentino hanno ridato coraggio al Cavaliere all'interno del Pdl e non solo. L'asse con la Lega è davvero restaurato? ETTORE COLOMBO

Alfonso Papa abbraccia Nicola Cosentino (Imagoeconomica) Alfonso Papa abbraccia Nicola Cosentino (Imagoeconomica)

La bocciatura della Corte costituzionale dei referendum per modificare la legge elettorale, ma soprattutto il no della Camera alla richiesta di arresto di Nicola Cosentino, hanno riportato il sorriso sul volto dell’anziano, ma non ancora ex leader del centro-destra, Silvio Berlusconi.
Non a caso, ieri – in un aula della Camera dei Deputati elettrica come una bolgia infernale per il voto sull’ormai ex coordinatore campano del Pdl Nicola Cosentino (il quale si è dimesso alla fine, ieri sera, da tale carica, ma solo dopo aver incassato il "salvataggio", sul filo di lana, della sua posizione personale) – il Cavaliere ha sorriso a denti stretti, ma non ha esultato.

C’è ancora troppa confusione, sotto il cielo d’Italia, anche se, come direbbe il presidente Mao, è proprio per questo che la situazione è eccellente. “Abbiamo evitato che ci venisse inflitto un colpo mortale” , ha confidato Berlusconi ai fedelissimi, convinto che il risultato della votazione certifichi su Cosentino come l’intesa con Umberto Bossi sia tutt'altro che archiviata. Inoltre, particolare non di poco conto, l’ex ministro dell’Interno, Bobo Maroni, che vorrebbe condurre la Lega in posizione isolata e isolazionista, tagliando ogni forma di alleanza con il Pdl (specialmente al Nord e specialmente in vista delle amministrative), ma anche "ripulire" il partito da affaristi e corrotti, i cui ‘mandanti’ politici - per i maroniani – stanno tutti all’interno del Cerchio Magico e cioè degli uomini più vicini e più fedeli a Bossi e figli, e i suoi hanno preso “una brutta botta” o “una sonora sberla”, dicono ora, soddisfatti, i berluscones.

Una trama tessuta a fatica, quella che ha riportato, da ieri, il Cavaliere al centro del ring politico, anche se non di quello istituzionale. “Sosteniamo il governo Monti con lealtà, almeno fino a quando il Paese verserà in questa situazione di gravissima crisi economica e sociale”, ha ripetuto Berlusconi rivolgendosi ai "falchi" come Daniela Santanché, gli ex ministri La Russa, Rotondi e Brunetta, ma anche i circoli intellettuali legati ai suoi giornali di riferimento, dal Giornale a Libero fino anche al Foglio.

Al Cavaliere, che non ha lesinato (anzi: ha rispolverato) le doti diplomatiche e tattiche di un tempo, questa ritrovata capacità manovriera consegna un doppio risultato. Il primo è la tenuta del partito, sempre più diviso, al suo interno, su quasi tutto, dal sostegno al governo ai temi economici e fino alla riforma della legge elettorale. Riforma ormai improcrastinabile dopo il doppio "no" arrivato dalla Consulta sui quesiti referendari anti-Porcellum e pro-Mattarellum ma che vede il Pdl (come il Pd, peraltro, dall’altra parte del campo di gioco) spaccato come una mela tra i filo-proporzionalisti alla Frattini e Scajola, che vogliono "riagganciare" l’Udc e, in nome di questo, sono pronti a concedere ai centristi una riforma in salsa "tedesca" e gli iper-maggioritaristi e bipolaristi alla Cicchitto, Quagliariello e Gasparri, che puntano invece a un accordo di massima con il Pd per mantenere (anzi: rafforzare) il bipolarismo, magari rilanciando il sistema spagnolo caro a Veltroni.