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IL PALAZZO/ Monti, se la "stampella" di Napolitano non basta a evitare le elezioni

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Mario Monti alla Camera (Infophoto)  Mario Monti alla Camera (Infophoto)

Sostanza: l’idea iniziale di Monti di tirare avanti come una sorta di “monocolore Napolitano” retto da una maggioranza delle “convergenze parallele” di Pd e Pdl non ha un futuro. E il vertice conviviale di oggi con i leader dei partiti della maggioranza è un primo passo in avanti. Siamo infatti di fronte a una sovraesposizione della Presidenza della Repubblica – doverosa e coraggiosa – data la gravità della situazione che si è determinata, ma che non può andare oltre.

Non si tratta di “democrazia sospesa” come tuona la destra del Pdl (e ora anche Di Pietro). Infatti l’anomalia della situazione e l’interventismo del Quirinale sono stati causati da Berlusconi che essendo entrato nel Parlamento con una maggioranza mai vista così vasta l’ha sfasciata e persa. Ha gettato la spugna senza essere stato sfiduciato, ma aveva paura di andare alle urne in quel momento. Che cosa doveva fare Napolitano? Non ha forzato per elezioni anticipate e ha rifiutato di agire come Scalfaro con un ribaltone.  Quindi rimaneva solo la strada di un governo sostenuto da Berlusconi con il principale partito d’opposizione. Soluzione non facile, ma che Napolitano è riuscito a realizzare.

Ma sin dall’inizio Napolitano aveva avvertito il pericolo di una soluzione tecnica che fosse solo un tampone. Per questo aveva nominato Monti  senatore a vita e cioè in vista di circondarlo con esponenti di rilevanza politica (ex ministri del Pdl e del Pd). Mentre Berlusconi aveva dato a Napolitano la sua disponibilità a sostenerlo in tal senso, Bersani – come Occhetto con Ciampi nel 1993 – ha rifiutato persino la partecipazione di politici non parlamentari quali Giuliano Amato e Gianni Letta su cui il Quirinale si è adoperato fino all’ultimo (i ministri degli Esteri e della Difesa sono infatti “tecnici” che erano all’estero non preavvertiti e che hanno giurato successivamente).

Bersani ha cercato di minimizzare al massimo la rilevanza politica del governo Monti coltivando il proposito di mantenere intatta la coalizione di Vasto: “nessun nemico a sinistra”. D’altra parte anche nel Pdl ci si è allora mossi per tenere unita la coalizione con la Lega. Ma ora si avvicina il momento di uscire dalle ambiguità ovvero di decidere se in Italia abbiamo o meno una maggioranza di cartapesta. Se Pd e Pdl non vogliono rompere con i vecchi alleati  punteranno entrambi alle elezioni anticipate (dopo l’ultima collocazione dei titoli di stato a fine marzo) con l’attuale legge elettorale. Il risultato rischia di essere però un ritorno al punto di partenza come nel gioco dell’oca. Infatti il vizio di fondo dell’attuale maggioritario che ha visto autoaffondarsi le maggioranze di destra e di sinistra uscite dalle urne, sono le coalizioni ostaggio delle punte estremiste.

È solo con il proseguimento della collaborazione e dando a essa una dimensione politica che Pd da un lato e Pdl dall’altro possono creare una nuova stagione del bipolarismo italiano imperniato su soggetti svincolati dagli estremismi che in questi anni li hanno bloccati e fatti fallire.


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