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LIBERALIZZAZIONI/ Ostellino: l'inganno di Monti

Non sarà un Consiglio dei ministri facile quello che da questa mattina alle dieci vedrà il governo Monti alle prese con il tema delle liberalizzazioni. L'analisi di PIERO OSTELLINO

Il presidente del Consiglio Mario Monti (Imagoeconomica) Il presidente del Consiglio Mario Monti (Imagoeconomica)

Non sarà un Consiglio dei ministri facile quello che da questa mattina alle dieci vedrà il governo Monti alle prese con il tema delle liberalizzazioni. Le misure contenute nella bozza di decreto, girata in questi giorni, scontentano infatti tutte le categorie interessate.
I tassisti ieri hanno contestato i sindacati che li invitavano a riprendere il servizio e a sciogliere il presidio al Circo Massimo. I farmacisti si sono dichiarati delusi dalle evidenti contraddizioni presenti nel testo, mentre i benzinai hanno annunciato lo stato di agitazione e la chiusura degli impianti per un lungo sciopero di dieci giorni. «Ma siamo davvero sicuri che ciò di cui si sta discutendo si possa definire “liberalizzazione”? – si chiede Piero Ostellino, intervistato da IlSussidiario.net –. O forse si tratta solo di provvedimenti amministrativi che hanno come unico fine quello di aumentare il numero delle licenze».

Ci spieghi meglio. Dal suo punto di vista quando si può parlare di vere liberalizzazioni?

Quando immettono sul mercato e affidano quindi alla sola legge della domanda e dell’offerta beni o servizi, aprendo così la strada alla privatizzazione. Oppure quando diminuiscono la presenza della mano pubblica nella società civile.
In realtà oggi è evidente che siamo ancora prigionieri di un grande apparato burocratico-amministrativo che nessuno si sogna di ridurre, anche se così facendo avremmo una spesa pubblica inferiore e uno Stato che funzionerebbe meglio.

E quale sarebbe una buona proposta di liberalizzazione nei settori di cui più si discute, come taxi e farmacie?  

Innanzitutto chiariamo che non sarà qualche farmacia in più o qualche nuova auto bianca a portare un beneficio agli utenti o a ridurre il peso dello Stato. Se ci facciamo queste illusioni è bene che ci si inizi a preparare a una nuova manovra che fra un anno ci porterà via altri soldi. 
L’unica via da percorrere è quella di abolire il concetto stesso di “licenza”.

Cosa intende dire?

È una parola che andava bene quando il re concedeva ad alcuni privilegiati il diritto di usufruire di beni e servizi. Con quel termine si indicavano infatti le lettere che la regina Elisabetta I, detta la Grande, inviava ad alcuni cittadini inglesi affinché potessero importare le spezie dall’Oriente, creando dei monopoli legali.

E come si passa da un sistema all’altro senza rendere carta straccia gli investimenti di molti “padroncini”?

Basterebbe indire delle aste annuali, o semestrali, nelle quali la pubblica amministrazione mette in vendita (e non regala) le licenze. Ovviamente aperte anche a chi se ne vuole liberare perché decide di cessare la propria attività. A quel punto la domanda di acquisto della licenza non potrà non corrispondere alla domanda di servizio che arriva dall’utenza. Questa è l’unica liberalizzazione possibile.
Se invece è lo Stato a decidere che i tassisti devono essere 150 e non 100, o a intervenire sugli orari di lavoro e sulle tariffe, si tratta solo di un’imposizione che la pubblica amministrazione fa nei confronti di una particolare categoria. Una regolamentazione dall’alto che, tra l’altro, potrebbe anche non migliorare il servizio.

Secondo lei il governo Monti si sta muovendo in questa direzione?


COMMENTI
20/01/2012 - La crisi e il clientelismo (Luca Rossini)

La colpa della crisi è del debito pubblico, cui l'evasione fiscale e il clientelismo hanno contribuito in maniera decisiva. Quindi certamente non solo degli ordini professionali. Ma gli ordini professionali sono un retaggio del passato che va abolito per aumentare le opportunità per i giovani e meritevoli: il fatto che l'Unione Europea ne sconsigli l'abolizione significa solo che le lobby degli ordini è più forte di quella di coloro che negl ordini non possono entrare. I sindacati fanno (a volte) gli interessi dei propri iscritti, ma non sempre questi coincidono con l'interesse generale. A mio modo di vedere la qualità viene garantira da una adeguata preparazione universitaria e pratica, e dall'amore per il proprio lavoro, non certo dalle tariffe minime: sarebbe come dire che le professioni non riunite in un ordine, ma per esempio solo in una associazione, non fornirebbero servizi adeguati. L'Italia è piena di avvocati incompetenti che superano il finto esame di stato a Reggio Calabria: la liberalizzazione permetterà la sparizione di questi e l'emergere dei meritevoli, che potranno chiedere anche il doppio delle tariffe massime. Se il problema fosse il pubblico riconoscimento della qualità basterebbe trasformare gli ordini in enti certificatori, come accade per le aziende.

 
20/01/2012 - Una libera opinione formata dall'esperienza (Giuseppe Crippa)

Sono del tutto d'accordo con Luca Rossini, avendo constatato per esperienza diretta la qualità ed i costi del servizio offerto dagli avvocati in tempi non sospetti di liberalizzazione...

 
20/01/2012 - viva la libertà di opinione 2 (francesco scifo)

La colpa della crisi economica è degli avvocati e dei medici o degli ordini professionali? Ma suvvia siamo seri! Il fatto che ci siano già tanti avvocati sul campo, più che in ogni altro paese europeo, dimostra che le liberalizzazioni sono del tutto inutili in questo settore non il contrario. Se solo Roma ha tanti avvocati, come precisano tanti amanti del discount legale, vuol dire che nessuno impediva a chiunque di diventarlo e di restarlo se era capace. O no? Vale la pena di distruggere invece 250 mila persone che lavorano introducendo il dumping nella professione a spese dei clienti e dei diritti fondamentali e peggiorare la qualità delle prestazioni legali? E' il Parlamento europeo che dice, in base all'esperienza consolidata, che senza tariffe minime peggiora matematicamente la qualità del servizio e la tutela dei diritti non gli avvocati italiani.

 
20/01/2012 - Clientelismo, familismo e corruzione (Luca Rossini)

Sono d'accordo con questi tre mali che Ostellino individua nella società italiana. Mi auguro che le liberalizzazioni siano serie, come ad esempio la messa all'asta delle liceze e delle concessioni (non solo tassisti, anche quelle demaniali, per esempio). Per le professioni la creazione finalmente anche in Italia di società ispirate al modello anglosassone - come i grandi studi legali - potrà portare a una maggiore trasparenza e a una riduzione dell'evasione fiscale. I timori di perdita di qualità sono la classica scusa che si inventa quando non si hanno più argomenti: i cittadini non sono stupidi ad accettare servizi professionali a prezzi stracciati, se non sono certi del loro livello qualitativo. E comunque il rischio fa parte dello scambio: così come uno che vuole risparmiare compra il made in China consapevole della minore qualità, così uno che vuole il meglio compra il made in Italy o il made in Germany. L'esperienza sul campo porterà ad acquisire consapevolezza: non mi risulta che in paesi dove non c'è l'ordine degli avvocati le carceri siano vergognosamente stracolme di gente attesa di giudizio. Ma dico, ci rendiamo conto che nella sola Roma ci sono più avvocati che in Francia e che il commercialista, in un paese con una legislazione fiscale semplicemente civile, farebbe il lustrascarpe nel sottoscala di una stazione?

 
20/01/2012 - una guerra di sterminio (francesco scifo)

Se si attuerà la bozza di liberalizzazioni, indicata dai giornali, si può dire che il Governo avrà portato a compimento l'eliminazione sistematica delle arti liberali: la professione legale indipendente, l'avvocato che funge da presidio democratico della tutela dei diritti individuali, da oggi non esisterà più. Eliminazione delle tariffe minime, preventivo scritto obbligatorio, fine della pratica forense consegnata all'inefficienza pletorica delle Università,socio di capitale non avvocato, potere del governo di cambiare a piacimento, senza intervento del Parlamento, l'ordinamento professionale: queste controriforme apriranno la strada al crollo della qualità, alla criminalità organizzata che potrà gestire come socio di capitale gli studi legali imponendo ai giovani legali stipendi da fame, alla proletarizzazione totale della professione, perché dovranno applicarsi tariffe fuori mercato per sopravvivere all'economia di scala che creeranno le società. Verranno tutelati solo i diritti remunerativi a discrezione del socio di capitale: tutto ciò, in spregio alle risoluzioni del parlamento europeo che hanno sempre escluso l'eliminazione delle tariffe minime nei servizi medici e legali, diffidando i singoli governi dell'UE dall'adottare una tale politica suicida, che assimila erroneamente servizi a tutela dei diritti fondamentali, ai venditori di beni di consumo. Avere un diritto se nessuno lo potrà difendere sarà flatus vocis, ai giudici arriverà solo la voce delle banche.