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IL PALAZZO/ Bossi e quell'ultimatum a Berlusconi (e Formigoni) che sa tanto di resa

Pubblicazione:lunedì 23 gennaio 2012

Umberto Bossi e Roberto Maroni (Infophoto) Umberto Bossi e Roberto Maroni (Infophoto)

Maroni punta su una linea alternativa, che muove da una considerazione per così dire matematica: gli elettorati del Carroccio e del Pdl sono dei vasi comunicanti, in cui i cali dell’uno corrispondono a incrementi dell’altro, come dimostra l’andamento di voto degli ultimi quindici anni. Prevale il verde nel 1996 e nel 2008, domina l’azzurro nel 2001 e nel 2006; sempre sottraendosi consensi a vicenda. L’intento dichiarato di Maroni è di fare della Lega il primo partito al Nord per ricalibrare la vecchia alleanza da posizioni di forza. Lo è già in Veneto, e nel Lombardo-Veneto è distanziato dal Pdl da un solo decimale. Pur parziale, il test amministrativo di primavera deve servire nel suo intento a collaudare questo impianto; ed è perciò che insiste sulla corsa in solitario del Carroccio.

È una strategia, la sua, che ha bisogno chiaramente di un saldo consenso interno: perciò diventano fondamentali i due congressi regionali veneto e lombardo, molto più di quello federale; che da sempre, si svolga o no, è una formalità circoscritta all’applausometro per Bossi. Ma entrambe le posizioni potrebbero essere spiazzate da un’inedita piega del quadro politico. Se Monti durasse, all’attuale maggioranza tattica a suo sostegno potrebbe magari balzare l’idea di diventare strategica. E di riproporre nel 2013 (quando la crisi non sarà comunque alle spalle) una sorta di “grande coalizione”. Che renderebbe marginale il ruolo di una Lega magari premiata elettoralmente per la sua opposizione. Ma, proprio come le accadde nel ’96, con i voti in versione capitan Findus.



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