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IL PALAZZO/ Bossi e quell'ultimatum a Berlusconi (e Formigoni) che sa tanto di resa

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Umberto Bossi e Roberto Maroni (Infophoto)  Umberto Bossi e Roberto Maroni (Infophoto)

Almeno una novità, Bossi l’ha introdotta: dal vecchio “piove, governo ladro”, al nuovo “piove, governo tecnico”. Con l’aggiunta di un risibile ultimatum a Berlusconi, decretato dalla piazza milanese: o fa cadere Monti, o la Lega fa cadere Formigoni. Se avesse battuto i pugni col Cavaliere quando, dall’inizio del 2009, continuava a sostenere contro l’evidenza che tutto andava bene, oggi Monti continuerebbe a fare il professore. Ma tant’è, i riti di piazza sono sempre gli stessi, e spesso servono per mascherare i guai interni. Che nel Carroccio non mancano. Ma che non si possono ridurre alla contrapposizione tra uno di Varese (Maroni) e uno di Busto Arsizio (Reguzzoni): fosse così, la questione meriterebbe al massimo un titolo a due colonne nelle pagine interne della “Provincia di Varese”.

In realtà, ciò che è in gioco è la strategia futura del movimento, e la sua collocazione in un quadro politico che alle elezioni dell’anno prossimo verosimilmente non sarà più lo stesso. Qui si scontrano due posizioni: quella di Bossi e dei suoi più fedeli pretoriani, che privilegia il rapporto a doppia mandata con un Berlusconi, destinato comunque a conservare un peso strategico anche senza fare il premier; e quella di Maroni, che punta su una Lega mantenuta in un centrodestra peraltro ben diverso da quello odierno, ma con un ruolo determinante e non più subalterno.

La linea bossiana è chiaramente in declino. In otto anni di governo, ha portato ben pochi risultati concreti, e ha costretto la base a ingoiare bocconi indigesti, mettendo a rischio l’ampio consenso elettorale conquistato tra il 2008 e il 2010. All’interno, Bossi appare sempre più annebbiato e ondivago, dalla vicenda Cosentino a quella Maroni. Inutile girarci attorno, il silenziatore al suo vecchio compagno d’armi l’aveva deciso lui, salvo rifugiarsi nell’ennesima capovolta e cecchinare Reguzzoni; scaricando infine sui giornalisti, come di consueto, la responsabilità di contrasti interni a suo dire inesistenti. Il vecchio Capo magari coltiva l’idea di continuare a controllare la Lega per interposta persona; ma è il primo a sapere che tutti quelli del cerchio magico messi insieme, figlio compreso, non valgono la metà di lui anche ora che è logoro, e non solo fisicamente. E dovrebbe spiegare anche alla sua base il curioso metodo seguito nella scelta dei tesorieri del partito: dal Patelli dei 200 milioni di tangentopoli al Belsito degli investimenti in Tanzania.


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