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IL CASO/ Quella volta in cui Napolitano fu fischiato dagli operai

Pubblicazione:mercoledì 4 gennaio 2012

Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano (Imagoeconomica) Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano (Imagoeconomica)

Nel discorso di fine d'anno di Giorgio Napolitano c'è però qualche cosa in più ancora da cogliere. Un ricordo personale, vissuto a Napoli, come rappresentante del Pci. Paolo Franchi, sul Corriere della Sera lo ha definito una sorta  di “amarcord”, ma non ha specificato il momento esatto.
Con tutta probabilità, il Presidente della Repubblica si riferiva all'autunno del 1976, per l'esattezza all'ottobre di quell'anno che era anche quello un anno di crisi, dopo lo shock petrolifero del 1973, la spinta sindacale di quegli anni,  le prime avvisaglie di una spesa pubblica che cresceva vistosamente e un'inflazione che toccava le due cifre. In quel periodo, l'economia italiana stava uscendo dalla competitività del mercato.

Fu in quel momento che il Pci tenne un comitato centrale che è rimasto famoso, dove venne varata la politica della cosidetta “austerità” dopo un lungo confronto tra l'allora segretario Luigi Longo e l'”eretico comunista di destra”, Giorgio Amendola. Insomma il Pci venne a una mediazione, chiedendo austerità, senso di responsabilità e rivendicazioni costruttive. Anni difficili per discorsi di questo tipo.
Giorgio Napolitano, che a quell'epoca era considerato una sorta di “delfino” di Amendola, ebbe il compito di andare a spiegare quella linea politica agli operai di Napoli. E in un'assemblea tumultuosa Napolitano fu più volte interrotto, diciamo pure contestato per quella linea che si traduceva in questi termini: i comunisti non hanno mai pensato che finché non saranno al governo tutta l'Italia può andare a rotoli.

La crisi del 1976 non è paragonabile probabilmente a quella che sta scuotendo l'Occidente in questi anni e si è acuita in questi mesi. Ma l'atteggiamento che Napolitano voleva ricordare è quello di scelte rigorose e costruttive, scelte di responsabilità nazionale che richiedono anche, come lui provò nella sua Napoli, una dose di impopolarità.

In sintesi, Napolitano, così come lo ha ricordato Macaluso, è “preoccupato” per le questioni sociali che si possono intravedere all'orizzonte, invita alla determinazione costruttriva e non alla demagogia. Incoraggia tutti a uno sforzo generale con grande senso di responsabilità, così come si fece in altri anni della storia della Repubblica.

 

(Gianluigi Da Rold)



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