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Politica

IL CASO/ Regioni contro Stato, il federalismo alla Monti è "pericoloso"

Mario Monti (Infophoto)Mario Monti (Infophoto)

Nelle materie concorrenti, inoltre, nel 2001 sono state fatte rientrare anche “grandi reti di trasporto”, la “produzione, trasporto e distribuzione nazionale dell’energia”, l’“ordinamento della comunicazione”. Il nuovo, abnorme potere legislativo non è poi stato subito accompagnato da un adeguato sistema di finanziamento, perché la legislatura successiva a quella che approvò la riforma, anziché sul federalismo fiscale si impegnò nel tentativo fallimentare della Devolution e il sistema si è quindi sviluppato sulla base del demenziale criterio della spesa storica, le cui disfunzioni sono state elevate a potenza dai nuovi poteri attribuiti.

Nel complesso la riforma del Titolo V ha prodotto luci - ma solo in alcune Regioni, come aver permesso la realizzazione di alcuni modelli regionali di welfare ispirati alla sussidiarietà - e molte ombre. Se il Governo ora giustamente interviene per razionalizzare quanto possibile già in questo fine legislatura, non bisogna dimenticare che la prossima dovrà impegnarsi in un intervento più complessivo. I temi per una razionalizzazione del “federalismo all’italiana”, con alcuni suoi lati oscuri oggi alla ribalta della cronaca possono essere numerosi: ci si può interrogare sulla sensatezza di mantenere forme di autonomia speciale laddove ha clamorosamente fallito, come in Sicilia. Ci si può anche interrogare sulla misura della specialità, divenuta sperequata per l’abnorme privilegio finanziario (davvero imposto così da questioni internazionali?), di Valle d'Aosta o Trento e Bolzano. Soprattutto ci si deve spingere a considerare la sensatezza di continuare senza un Senato federale, con un pletorico bicameralismo paritario che ormai, vero e proprio reperto di archeologia costituzionale, resiste solo in qualche Stato africano. 

Bisogna quindi fare attenzione a non buttare il bambino con l’acqua sporca e non dimenticare che alcune (poche) regioni italiane hanno modelli di welfare e di sanità che sono eccellenze mondiali. Per valorizzare questi modelli basterebbe dare attuazione al regionalismo differenziato promesso, ma mai realizzato, dall’attuale articolo 116 della Costituzione. La sua attuazione permetterebbe finalmente di evitare di fare di tutta un’erba un fascio e le regioni virtuose potrebbero così evitare rallentamenti dovuti alle sovrapposizioni tra burocrazia statale e regionale. Nel complesso è un compito imponente.

Qualcuno potrebbe allora chiedersi se vale la pena impegnarvisi o non è meglio tornare a un centralismo stile anni Settanta. Credo che questa seconda scelta sarebbe un gravissimo errore a danno della democraticità e dell’efficienza del sistema. Non possiamo rimpiangere il “centralismo italiano”, all’interno del quale è esploso il debito pubblico e la corruzione che ha condotto poi a Tangentopoli, come un paradiso perduto. Inoltre, oggi abbiamo ceduto enormi quote di sovranità all’Europa e la sovranità popolare persa in alto possiamo solo recuperala dal basso, con un sistema federale razionalizzato: Toqueville - è bene ricordarlo - diceva che la democrazia inizia con la pubblicazione del bilancio sulla Casa comunale.

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COMMENTI
11/10/2012 - il sogno di sturzo rimane valido (antonio petrina)

egr prof il progetto del regionalismo secondo il sogno di sturzo(Regioni,1949) rimane sempre valido perchè quello realizzato negli anni 70 e poi con la riforma del titolo quinto nel 2001 rimane l'albero storto da correggere applicando la prima regola che i servizi pubblici ( erogati dall'ente pubblico ) ,di cui sono competenti le regioni ,devono avere in tutto lo stato italiano i medesimi costi ,costi finanziati con le proprie risorse e che i costi per il funzionamento dell'ente regione devono sobbarcarseli i territori locali ( non il nord per il sud) ,senza che lo stato faccia beneficenza a chi spreca nei costi e non rispetta la prima regola. Era questo il sogno di sturzo ?