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IL CASO/ Regioni contro Stato, il federalismo alla Monti è "pericoloso"

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Mario Monti (Infophoto)  Mario Monti (Infophoto)

L’intenzione del Governo di intervenire a correggere alcune distorsioni del Titolo V della Costituzione va salutata con favore. Per un commento più accurato bisognerà leggere con attenzione il testo uscito dal Consiglio dei Ministri, ma la necessità di un intervento correttivo è ormai un punto fermo. Va razionalizzato l’eccessivo elenco delle materie concorrenti. Va poi corretto l’anomalo federalismo di complicazione per superare lo scoglio su cui si sono spesso incagliati i processi statali di semplificazione: per questo, ho scritto qualche giorno fa su Il Sole 24 Ore, è opportuna una clausola costituzionale che assegni allo Stato una corsia preferenziale per dettare misure di semplificazione incidenti in modo trasversale sulle competenze regionali e locali: non ha senso che ogni comunello abbia cinque o sei regolamenti edilizi differenti da quelli del comunello vicino o che le Regioni possano tentare di bloccare le riforme che rafforzano le autocertificazioni solo perché ineriscono a loro materie. Andrebbe infine rafforzato il potere sostitutivo statale, permettendo un più incisivo intervento nelle cosiddette “Regioni canaglia” (quelle che ristagnano in disavanzi endemici): non è logico che il commissario debba essere lo stesso Presidente di Regione che ha causato il dissesto o che non è riuscito a sistemare i conti. Meglio avere un Bondi, in quei casi, che un Bassolino o una Polverini.

Ma in questo clima rovente, per non lasciarsi trascinare solo dalla emotività, è anche utile ricordare come è nata quella riforma del 2001 di cui oggi ci si lamenta: venne approvata con uno scarto di soli cinque voti in limine mortis della tredicesima legislatura, nel tentativo di strappare al centrodestra la bandiera del federalismo, che costituiva in quel momento il collante con la Lega Nord. Per farla passare con quei tempi e quei numeri la riforma fu depurata da quegli aspetti che avrebbero richiesto un più ampio consenso e un più accurato esame, come il Senato federale. Ne è uscito un federalismo pasticciato, di fatto ingestibile per mancanza di strumenti di vero raccordo politico tra il governo centrale e il sistema delle autonomie. Il prezzo pagato è stato altissimo non solo nei termini dello spaventoso contenzioso che si è sviluppato di fronte alla Corte costituzionale, ma anche sul fronte della funzionalità del sistema.

Lo dico da tempo e non semplicemente sull’onda degli scandali recenti: la relazione che il Governo presentò il 30 giugno 2010 al Parlamento sullo stato di attuazione del federalismo - che venne redatta in base al contributo della Commissione che presiedo - si intitolava, significativamente, “l’albero storto”. Di storture ne avevamo rilevate parecchie: basti ricordare l’assurdo federalismo contabile, ottenuta assegnando alla competenza concorrente la materia “armonizzazione dei bilanci pubblici” (già giustamente riportata allo Stato dalla riforma sul pareggio di bilancio), per cui ogni Regione si è approvata una propria legge di contabilità che ha minato quella trasparenza delle politiche che è il cuore di ogni federalismo.



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COMMENTI
11/10/2012 - il sogno di sturzo rimane valido (antonio petrina)

egr prof il progetto del regionalismo secondo il sogno di sturzo(Regioni,1949) rimane sempre valido perchè quello realizzato negli anni 70 e poi con la riforma del titolo quinto nel 2001 rimane l'albero storto da correggere applicando la prima regola che i servizi pubblici ( erogati dall'ente pubblico ) ,di cui sono competenti le regioni ,devono avere in tutto lo stato italiano i medesimi costi ,costi finanziati con le proprie risorse e che i costi per il funzionamento dell'ente regione devono sobbarcarseli i territori locali ( non il nord per il sud) ,senza che lo stato faccia beneficenza a chi spreca nei costi e non rispetta la prima regola. Era questo il sogno di sturzo ?