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FEDERALISMO/ Il "grande inganno" del Titolo V diventa il Cavallo di Troia dei prof

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Silvio Berlusconi e Renata Polverini (Foto: Infophoto)  Silvio Berlusconi e Renata Polverini (Foto: Infophoto)

La deprimente scoperta di numerosi fenomeni di corruzione, sperpero e malaffare nelle amministrazioni regionali e locali, sembra aver segnato un punto di svolta nel sentire comune. Il decentramento istituzionale, il principio di sussidiarietà o, più complessivamente, il federalismo all’italiana sono messi radicalmente in giuoco. Affermazioni che sino a pochi giorni fa erano patrimonio diffuso nella discussione pubblica, sono improvvisamente ribaltate. Se avvicinare il governo della cosa pubblica al cittadino, prima era ritenuto necessario e ripetuto quasi come un mantra, adesso viene considerato alla stregua di un luogo comune. Il mutamento delle parole d’ordine ha accompagnato l’emersione del sentimento di “antipolitica” che, però, si è rapidamente mutato in un progetto politico, quello cioè di ridurre consistentemente gli spazi di autonomia territoriale, ripristinando così un forte potere centrale di governo.
Certo, all’inizio si è incontrata una qualche resistenza, ma strada facendo – e scandali aumentando – il percorso verso il riaccentramento si è dimostrato più facile. Si può ricordare, ad esempio, che già il governo Berlusconi, sulla scia della famosa indicazione contenuta nella lettera della BCE, propose la soppressione delle Province mediante un decreto-legge; vi rinunciò, presentando però nello stesso tempo un disegno di legge costituzionale che cancellava la parola “Province” da tutta la Costituzione. Il Governo Monti ha seguito la scia, e prima ha deciso – sempre con decreto-legge – la riduzione e l’accorpamento delle Province, poi, in seguito all’opposizione manifestatasi in seno alle forze parlamentari, in sede di conversione ha accettato la via del “riordino” delle Province.
Ma, su come sia stato impostato questo procedimento di riordino, c’è ben poco da rallegrarsi. E’ stato richiesto ai “Consigli delle autonomie locali” – organismi di rappresentanza degli enti locali in ambito regionale, che peraltro sono previsti dalla Costituzione per svolgere tutt’altra funzione – di formulare una cd. “ipotesi di riordino” in poco più di due mesi dal momento in cui il Governo stesso ha stabilito due requisiti minimi collegati alla dimensione territoriale e alla popolazione residente. Facendo un parallelo, per l’appunto ipotetico, è come se l’Unione europea, in un domani forse non troppo futuribile, chiedesse agli Stati membri di riordinarsi sulla base di standard minimi inerenti alla dimensione e alla popolazione: cosa ne sarebbe, allora, del Belgio, dell’Olanda, o anche della Repubblica ceca o dell’Austria? Le prime due si dovrebbero necessariamente accorpare, così come le seconde due, per raggiungere i “requisiti minimi” imposti dall’autorità centrale senza alcun riferimento, ad esempio, alla realtà dei dati sociali, geografici, religiosi o linguistici, ovvero senza tenere in alcuna considerazione le palesi esigenze derivanti dai sistemi infrastrutturali esistenti, dalle fonti di energia disponibili, o, ancora, dalle disponibilità e dalle risorse economiche e produttive?
E’ evidente, invece, ciò che il costituente ha voluto allorché è stato scritto il vigente art. 133 Cost.: non si possono istituire nuove Province o modificare quelle esistenti, se non sulla base dell’iniziativa dei Comuni, sentita la Regione interessata e, infine, con legge della Repubblica. Il procedimento di riordino che adesso è in corso di svolgimento, è palesemente diverso da quello previsto nell’art. 133 Cost. Taluno lo giustifica, rilevando che la Costituzione non disciplina il “riordino complessivo” di tutte le Province, ma solo il singolo procedimento di istituzione o di modifica di una data Provincia. Insomma, nel silenzio della Costituzione, si può fare ciò che la Costituzione non prevede. Ma, a tacere d’altro, in cosa consiste, alla fine, questo procedimento di riordino, se non nell’istituzione o nella modifica delle singole circoscrizioni provinciali?
Ma vi sono ulteriori dubbi. Manca nella Costituzione una disposizione che consenta alla legge dello Stato di disciplinare il procedimento di determinazione delle circoscrizioni provinciali. Non vi è, cioè, la norma costituzionale che possa legittimare la legge recentemente approvata che ha “inventato” il predetto procedimento di riordino. La Costituzione, modificata nel 2001, prescrive che là dove non sussiste una competenza legislativa attribuita alla Stato, la competenza è della Regione. Tanto più che, se, come dicono i difensori del riordino, quest’ultimo è diverso dal procedimento previsto nell’art. 133 Cost., allora dovrebbe dedursi che la competenza sul riordino non si può fondare neppure sull’art. 133 medesimo. Da altra parte, si sostiene che la competenza dello Stato troverebbe fondamento sulla norma che consente allo Stato di disciplinare “le funzioni fondamentali degli enti locali” (come previsto nell’art. 117 Cost.). Ma, anche a prima vista, l’interpretazione suggerita appare difficilmente accettabile: una cosa è dire come si debbano costituire le Province, e un’altra è dire quali funzioni fondamentali abbiano.


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COMMENTI
11/10/2012 - per il federalismo guardare alla germania (francesco taddei)

io cittadino comune potrei obiettare che i centri di spesa sono troppi: circoscrizioni,comuni,comunità locali,province,regioni e in futuro macroregioni senza abolire le regioni, più camera e senato. ma non è che se ne sono fatti così tanti perchè ai partiti piace spendere? perche il partitismo che occupa i centri di potere per il proprio tornaconto è il vero cancro dello stato italiano? no? sarà... sul titolo V la follia è che si moltiplicano i centri decisionali, così che la tav deve essere approvata da ministero,parlamento,regione e comunità locali.