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TAGLIO PROVINCE/ Il costituzionalista: il decreto del governo sancisce il fallimento della politica

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Sono i criteri che ha dato il governo e non potevano che essere quantitativi. Si tratta di un livello minimo che ha lo scopo di garantire un’azione territoriale equa, efficace ed efficiente. Si vede che al di sotto di quel minimo il governo ritiene che ci siano sprechi di risorse.

Sono dunque buoni parametri?

Questo è un problema politico. Si poteva anche chiedere di più, come le macroregioni. Ma evidentemente il governo non ha avuto la forza necessaria per farlo. A mio avviso è naturale una evoluzione verso le macroregioni (non per forza solo tre) e province più ampie.

Pisa non accetterà mai di andare con Livorno, né Savona con Imperia, per non parlare dell’aggregato Como-Lecco-Brianza-Varese. Che succederà?

È proprio questo il problema: il fallimento di una politica che non vuole accettare i sacrifici necessari per cambiare le cose.

In Basilicata, Umbria e Molise invece si passerà a province uniche che coincideranno con il territorio della regione di appartenenza. Ma allora a cosa servono l’una e l’altra istituzione?

È un fatto che pone il tema dell’inutilità delle regioni piccole. Queste ultime potrebbero essere accorpate con altre regioni per fare politiche regionali di più ampio respiro.

Tra la Lombardia e la Sicilia non ci sono solo 1500 km di distanza, ma anche diversissimi modelli di amministrazione con notevoli differenze in termini di risultati conseguiti e di riduzione delle inefficienze. Come si gestiscono queste differenze?

Il problema qui è un altro: l’esistenza delle regioni a statuto speciale non ha più alcuna ragion d’essere. Le regioni a statuto speciale sono nate, infatti, per determinate esigenze di carattere storico e geopolitico che oggi non esistono più. A fronte dell’autonomia economica e del federalismo riconosciuti dalla riforma del Titolo V, godono di una disciplina speciale sui trasferimenti che non è più giustificabile. E questo, ancora una volta, è un problema di carattere politico. Ma quale governo, mi domando, sarà in grado di eliminare la specialità che la Costituzione del 1948 riconosce a quelle cinque regioni?

Già quale?

Non lo so. Finora il governo Monti ha almeno spinto per l'associazione dei piccoli comuni e sta lavorando al riordino delle province. Resta aperto il tema delle Regioni, ma nessuno lo tocca. Il problema vero è l’irresponsabilità della politica che è stata favorita da una riforma istituzionale che ha eliminato ogni tipo di controllo.

 

(Matteo Rigamonti)

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