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SCENARIO/ Se il futuro di Monti dipende da una lettera

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Mario Monti (Infophoto)  Mario Monti (Infophoto)

Può accadere che nessuna delle forze politiche attualmente in Parlamento (e tanto meno quelle che sono fuori e fanno propaganda a buon mercato) se la senta di gridare il re è nudo, per paura di essere messa alla gogna dal populismo rampante. E si cerchi di rinviare tutto al dopo. Un non senso. Se vincesse il Pd, il quale ha intenzione di rivedere la riforma delle pensioni e quella del lavoro, vuole ridurre le tasse sui salari e salvare la spesa dei comuni e delle regioni, sarebbe in grado di negoziare l’aiuto con la Ue e la Bce accettando le condizioni certo non espansive di Bruxelles e Francoforte? E se prevalesse una destra che agita di nuovo l’antieuropeismo? Non ne parliamo nemmeno.

Potrebbe scaturire lo scenario che molti già dipingono: non vince nessuno e si fa una grande coalizione guidata da Monti. Ma anche in questa prospettiva, sarebbe meglio se la nuova legislatura nascesse libera da ipoteche e pronta a varare un programma di riforme, a cominciare dal taglio del debito per il quale occorre un consenso davvero molto ampio, preparando un nuovo ciclo di sviluppo sostenibile.

Ecco, allora, che si fa strada un’ipotesi diversa: sarà Monti, come ultimo atto del suo mandato e come ponte per aprire la prossima legislatura, a chiedere e contrattare l’aiuto europeo. Meglio se lo fa senza la pressione degli eventi, cioè non sotto l’attacco dei mercati, con la spada di Damocle di una nuova lettera d’intenti come quella dell’estate 2011. Anzi, la condizione ideale sarebbe discuterne in modo razionale non appena la Spagna avrà chiuso il suo dossier, intavolando già un dialogo sincero con la Germania, la Francia e gli altri membri dell’Eurozona. Senza ripropone la solita sceneggiatura di un’Italia che reagisce solo di fronte all’emergenza, incapace di prevenirla o anticiparla.



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