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SCENARIO/ Se il futuro di Monti dipende da una lettera

All’Italia adesso non servono aiuti europei, però diventeranno necessari al più tardi a primavera, mentre la campagna elettorale sarà nel vivo. L’analisi di STEFANO CINGOLANI

Mario Monti (Infophoto) Mario Monti (Infophoto)

Ho incontrato due emissari di un importante fondo di investimento, venuti in Italia per fare il solito giro e raccogliere umori, opinioni, idee su cosa succede in questo Paese. Dalla chiacchierata del tutto informale, ho potuto captare la loro percezione e, attraverso questa, gli umori che circolano sull’altra sponda dell’Atlantico, in particolare a Wall Street. Diretti, veloci di pensiero e parole come sono gli americani, bravissimi a destreggiarsi in mezzo ai nostri bizantinismi, sanno andare subito al sodo, semplificare il complesso senza banalizzarlo.

In sostanza, la loro idea è questa. Adesso tocca alla Spagna. Ha preso le sue decisioni per tagliare un disavanzo arrivato al 7% del prodotto lordo, per colpa della recessione, ma anche perché, al di là delle parole e delle sceneggiate, finora non è stato fatto abbastanza per ridurlo. Bene, ma Madrid ha bisogno dell’aiuto europeo, forse lo chiederà a novembre dopo le elezioni in Galizia, feudo del primo ministro Mariano Rajoy. Ieri il governo ha smentito che sia imminente, in realtà si comincia già a discutere le condizioni alle quali potrà ottenerlo. Vedremo come andrà il negoziato, gli spagnoli in ogni caso faranno da apripista e il loro test diventerà il benchmark per tutti gli altri paesi.

All’Italia adesso non servono aiuti, però diventeranno necessari al più tardi a primavera, in sostanza mentre la campagna elettorale entrerà nel vivo. Molti si aspettano un nuovo rally contro il debito sovrano non per qualche complotto pluto-giudaico-massonico, ma perché il debito è ancora lì, un macigno pari al 127% del prodotto lordo annuo. E sta ancora lì il disavanzo sottoposto a un effetto fisarmonica: si contrae per le misure di austerità (tasse e tagli) e si espande proprio in conseguenza di quelle stesse scelte che aggravano la recessione e aumentano i disoccupati (senza contare l’effetto perverso dello spread che porterà a 91 miliardi gli interessi da pagare l’anno prossimo).

Questo è lo scenario che domina il semestre del voto. Quindi il problema diventa non tanto se chiedere aiuto, ma come e quando. E soprattutto chi lo chiederà. Se precipita la situazione sui mercati, a quel punto non resta che alzare bandiera bianca e gli elettori finiranno per apprezzare chi lo farà per primo e con grande onestà. Ma anche se non arriviamo di nuovo sull’orlo del baratro, è chiaro che in cima all’agenda della nuova legislatura non ci sarà né la riduzione delle tasse, né la crescita, ma ancora e sempre il debito. Ci vuole una personalità politica che abbia il coraggio di dire chiaramente cosa vuol fare non per ridurre o contenere, ma per picconare la montagna di titoli (un miliardo 633 milioni l’ultima stima del Tesoro) che l’Italia getta sul mercato allo scopo di finanziare le spese dello Stato. Oggi non esiste. Tanto più, dunque, l’aiuto europeo è dietro l’angolo.