BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

Politica

LEGA 2.0/ Caro Maroni, le scope di Bergamo non possono nascondere il "polverone"

FRANCESCO JORI ci parla del paradosso della Lega, vistoso nel caso dell’election-day, che lo stesso giorno si presenterebbe insieme al Pdl in Lombardia e contro il Pdl a livello nazionale

Foto: InfoPhotoFoto: InfoPhoto

Quelli di Andreotti, almeno, erano alternativi. Quando il divo Giulio coniò l’immagine della politica dei due forni, si riferiva a una scelta che la Democrazia Cristiana poteva fare tra il cucinare il pane (del governo) in quello di sinistra, socialista, o in quello di destra, liberale; in altri termini, giostrare sulle alleanze. Bobo Maroni al “o-o” sostituisce l’”e-e”: cucinare la pagnotta padana nel forno lombardo assieme al Pdl, e in quello romano senza. Con il chiaro obiettivo di servire comunque una consistente e remunerativa pietanza politica sulla tavola di una Lega che a causa prima di tutto delle sue indigestioni interne ha perso il posto di commensale privilegiato a fianco del ricco Epulone-Berlusconi.

Il capolinea cui mira il nuovo segretario del Carroccio attraverso questo percorso dissociato è chiarissimo, e d’altra parte egli stesso non ne fa mistero: arrivare a governare le tre grandi regioni del nord, aggiungendo la Lombardia a Veneto e Piemonte. Per dare vita a una grande euro regione, dice lui: tutto da dimostrare, il passaggio anche istituzionale non è poi così semplice. In realtà, da uomo pratico che ha definitivamente archiviato gli altisonanti proclami di Bossi a partire dalla secessione, Maroni si pone un obiettivo meno roboante ma non meno concreto: fare della Lega il partito di riferimento del settentrione; ma al tempo stesso prendere le distanze dal governo nazionale del dopo-politiche 2013, quale che esso sia, nella speranza che esso comunque fallisca, e nel calcolo che in tal modo il Carroccio riesca a incamerare i dividendi dello scontento del Paese.

Il doppio obiettivo è peraltro tattico, oltre che stategico. Con la legge elettorale vigente per le regionali, basta prendere anche un solo voto più degli avversari per aggiudicarsi la presidenza. Se Lega e Pdl corressero insieme, non ci sarebbe verosimilmente partita. Ma se i due partiti andassero ciascuno per proprio conto, il candidato di un centrosinistra unito avrebbe concrete possibilità di spuntarla, a maggior ragione se il Pdl si spaccasse in presenza di una candidatura Albertini (come accaduto poche settimane fa in Sicilia con Miccichè); né Maroni può illudersi che la sola alleanza con le liste civiche sia garanzia sufficiente. Stare insieme con il Pdl, o anche solo con ciò che ne resta, gli darebbe invece un bonus pressoché decisivo.