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BERLUSCONI & PPE/ Doninelli: l'Europa può ripartire solo dai "nuovi monasteri"

Con un nuovo articolo, LUCA DONINELLI chiarisce il suo pensiero sul recente editoriale di Mario Mauro, sempre su queste pagine, e la perdita di autorevolezza e identità dell'Europa

Foto: InfoPhoto Foto: InfoPhoto

La forza di un cristiano impegnato nella realtà (sia egli un politico, un intellettuale o un commerciante o qualunque altra cosa) non sta tanto nella quantità di cristianesimo che introduce nel suo progetto di vita, quanto nella domanda quotidiana a Dio e a Maria affinché il suo lavoro sia utile al cammino della Chiesa.

Perciò è giusto e prudente ripetere le parole di San Paolo: “Chi crede di stare in piedi, guardi di non cadere” (1Cor., 10,12). Vorrei dunque domandare innanzitutto scusa all’on. Mario Mauro per i toni che ho usato nei suoi riguardi l’altro giorno, in risposta a un suo editoriale comparso su IlSussidiario.net. Proprio a causa della grande stima che nutro nei suoi confronti mi sono sentito libero di rivolgermi a lui in termini che però alla fine sono risultati un po’ brutali e (come mi ha fatto rilevare, con garbo e intelligenza, il lettore Massimo Cappuccio) ultimamente poco chiari.

Cercherò allora di chiarire meglio il mio pensiero. Il mio disagio nasce dalla constatazione, come ho già detto, di un ruolo di sostanziale marginalità, di una perdita di autorevolezza, di cui l’Europa oggi è vittima. Il fatto che su Siria, Egitto, Sudan non si stia spendendo da parte nostra una sola parola, e che l’infamia della Libia sia stato il solo segno del nostro interessamento per un mondo pieno di sofferenza che si trova oltretutto a pochi chilometri da casa nostra, è un segno che contrasta con la misteriosa assegnazione del Premio Nobel per la Pace alla Comunità Europea.

Contrasta almeno secondo il mio punto di vista, che non concepisco la pace come una garanzia intra moenia, ma come un fattore incidente nella vita del mondo intero. Se tu sei in guerra, il fatto che io sia in pace non può lasciarmi tranquillo.

La ragione della marginalità culturale dell’Europa sta, secondo me, nel fatto che l’Europa di oggi non si fonda su un’idea, ma piuttosto sul tradimento di diverse idee. Ho letto con attenzione i testi che Mario Mauro ha dedicato al problema delle radici cristiane dell’Europa. Sono testi intelligenti, che riprendono, con una preoccupazione divulgativa che avrebbe meritato maggior attenzione, diversi interventi di Benedetto XVI sull’argomento.

Il limite della politica si rese evidente proprio in quell’occasione. Gli interventi del Papa, come quelli dell’on. Mauro, furono recepiti come altrettante rivendicazioni all’interno di un dibattito che veniva mantenuto sul piano esclusivamente strategico. Gli stessi calcoli di opportunità che raccomandano prudenza rispetto agli eccidi in Siria consigliarono di glissare sulle radici cristiane dell’Europa. Evidentemente, un’unità politica nata non sulle idee ma sul denaro - domando scusa per questa banalità, che però non è senza conseguenze sul piano pratico - non poteva permettersi di essere laica fino al punto di riconoscere un dato storico oggettivo e inconfutabile come quello.

(Voglio ricordare che uno stato laicista non è affatto uno stato laico, bensì uno stato confessionale di nessuna confessione tranne che di sé - e quindi intimamente violento).

La mancanza di un’idea vera ha prodotto quella marginalità che stiamo scontando con il tradimento non solo della radice cristiana, ma anche della vera laicità, che ha nella cultura il suo punto fondante. Penso ad esempio a un paese come la Francia, che di questo principio ha fatto una bandiera nel mondo (pensiamo solo alle sue grandi istituzioni culturali), e a tutta la storia che ha dovuto calpestare in nome di un patto stretto, ironia della sorte, con la Germania, che storicamente rappresenta tutto ciò che la Francia non è. Perfino il conflitto culturale tra i due paesi aveva prodotto, nei secoli, dei benefici per la civiltà: questa finta pace fondata sul nulla che benefici può portare?


COMMENTI
15/12/2012 - la politica e Dio (antonio petrina)

Cosa c'entra la politica con DIO? A questa domanda il card Ruini ,ieri al talk show in prima serata,ospite della Gruber,in presentazione del suo libro su Dio,diceva saggiamente che un cristiano che crede in Dio cambia da se i modo di ragionare ed anche la politica si gioca con una concezione diversa , ontologica, della vita e del bene comune. Tanto per stare anche all'ultima lettera del santo padre sulla difesa della famiglia ,per cui come disse un vescovo rivolgiamo allo scittore doninelli la stessa domanda: ci fidiamo del premier peccatore che difende la famiglia o del cattolico adulto che rimette in forse i valori non negoziabili ? Giudichiamo sui contenuti!

 
14/12/2012 - I monasteri e la politica (claudio di luzio)

Penso che i politici debbano vivere sempre più collegati con la loro "base" come si diceva un tempo o i loro collegi elettorali, tutto sta a vedere di che pasta sono i loro elettori o i loro territori di riferimento. Se si frequentano dal vivo, sul campo, opere educativi e sociali, ma anche opere profit, dove traspare la fatica e la passione per l'impresa e per la paternità nei confronti dei collaboratori, il politico non può non avere nel cuore ciò che incontra. Ovvero il popolo vivo e vero che lo ha eletto e a cui deve la sua rappresentanza. È questa umanità la può riportare nei palazzi. Se si frequentano solo i palazzi,o i salotti, dopo poco tempo, anche solo per osmosi, ci si abitua, anche non volendo. È evidente che stare nel famoso palazzo troppo a lungo logora, così come stare sotto ai riflettori e le telecamere. Così da un uomo che ha a cuore il popolo e le opere si diventa mano a mano un uomo di palazzo. In questo penso che sia anche compito di chi costruisce e fa vivere le opere profit e non profit, utili al bene comune, di essere continuamente pungolo a non lasciare che il palazzo ed i suoi abitanti, a livello italiano ed europeo, restino da soli. Un palazzo di governo non potrà mai essere un monastero, ma agli abitanti del palazzo nessuno impedisce di usare almeno un motto, non dico le regole, di tanti monastero: ora et labora.