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SCENARIO/ L'Europa si mette di traverso al Pd di Bersani e D'Alema

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Silvio Berlusconi con Mario Monti (InfoPhoto)  Silvio Berlusconi con Mario Monti (InfoPhoto)

Va notata una certa coerenza, da parte di Berlusconi, nel continuare a dire una cosa e il suo esatto contrario; e non dalla sera alla mattina, o nell’arco di poche ore ma, addirittura, nell’ambito dello stesso ragionamento (come alla presentazione del libro di Vespa: «se Monti si candida, sono pronto a ritirami». Quindi, lei è disposto a un passo indietro?, gli chiedono. «No, non direi»). Bisogna ammettere, infatti, che sta mantenendo la linea. Dice e disdice, propone e rettifica, afferma e si smentisce. Ma lo fa con sistematicità e dedizione. «Ai colleghi del Ppe ho ribadito di aver chiesto al professor Monti di essere il riferimento dei moderati, di un vasto rassemblement dei moderati», ha di recente ribadito. Ma - ha aggiunto -, per il momento, «resto in campo». Con Luciano Ghelfi, giornalista del Tg2, abbiamo cercato di capire se in tutto ciò vi sia una qualsivoglia ratio.

C’è una qualche strategia dietro le esternazioni di Berlusconi?

Ogni pensiero, in questa fase, è lecito. Anche ipotizzare che, dietro questo suo movimentismo, ci sia l’intenzione di scompaginare le carte in tavola, specialmente nel campo degli avversari, per costringerli ad esporsi.

A chi si riferisce?

In particolare, al Pd. Oggi è obbligato a dichiarare pubblicamente che, se Monti scendesse in campo, non potrebbe appoggiarlo. Negli ultimi tempi, infatti, ha puntato in maniera troppo decisa sul segretario. L’intervista sul Corriere della Sera di Massimo D’Alema in cui sconsiglia al premier di candidarsi è particolarmente significativa. E’ dovuto intervenire l’esponente più prestigioso del partito, dopo il segretario, per fermare l’operazione e far presente che il Pd farebbe di tutto per impedirla. D’altro canto Monti candidato e appoggiato dai democratici escluderebbe Bersani dalla corsa per Palazzo Chigi.

Il Pd potrebbe pur sempre candidarlo alla presidenza della Repubblica.

L’offerta del Pd, verosimilmente, è proprio questa. Ma a patto che Monti resti fuori dalla competizione. Anche perché, se si candidasse a premier, non potrebbe più aspirare al Colle, sia in caso di vittoria che di sconfitta. In questo schema ci potrebbe essere un’intesa di massima per sostenere la sua corsa al Quirinale. E’ anche vero che Monti è identificato in maniera plebiscitaria dall’Europa come la soluzione migliore; il Pd deve necessariamente tenerne conto.

Nel centrodestra, dopo le frasi di Berlusconi, le varie scissioni potrebbero rientrare?



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