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LEGA 2.0/ Lo slalom di Maroni tra Veneto e Roma per salvare la sua cadrega

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Roberto Maroni (InfoPhoto)  Roberto Maroni (InfoPhoto)

Ma farcela da soli in Lombardia è ad alto rischio: perché candidature come quelle di Ambrosoli per il Pd, e di Albertini per i dissidenti Pdl, sono tali da assorbire consensi rilevanti; viceversa, un patto con il Pdl ortodosso farebbe crescere notevolmente le chances leghiste. C’è peraltro un’ipotesi alternativa, nell’apertura ad Alfano: e cioè che per adesso Maroni stia facendo solo tattica, in attesa di capire cosa farà Monti (una discesa in campo del Professore scompaginerebbe l’intera area moderata, e rischierebbe di avere ripercussioni anche su quella riformista). Così persegue un obiettivo alla volta: e la priorità oggi è togliere di mezzo Berlusconi, dopo aver eliminato l’altro anello della catena, Bossi.

E tuttavia, il segretario deve fare i conti con gli umori della sua base, a cominciare dall’azionista veneto, che non solo ha il peso maggiore nel partito in termini di consensi elettorali, ma che lo ha anche appoggiato nella sua scalata al vertice di via Bellerio. I due principali leader dell’ala veneta, il presidente della Regione Zaia e il sindaco di Verona Tosi (grande alleato di Bobo), hanno già ripetutamente e pubblicamente manifestato la loro opzione per la corsa in solitario. E nelle sezioni l’aria che tira è nettamente anti-Pdl: non viene digerito Berlusconi, ma non vanno giù neppure i troppi atteggiamenti disinvolti di tanti suoi seguaci, imitati anche da non pochi leghisti come si sta vedendo in queste ore in Lombardia con lo scandalo dei rimborsi in consiglio regionale; comportamenti che in Veneto sono pressoché assenti.

Ecco perché Maroni dovrà maneggiare con cura le scelte dei prossimi giorni. Non sono più i tempi in cui Re Bossi emanava i suoi editti e tutti si allineavano. Oggi il Carroccio nei sondaggi non va oltre un modesto 5 per cento. E tra chi l’ha fin qui votato, è alto il numero di coloro che sono pronti a fare di testa loro nel caso in cui le decisioni dall’alto non siano condivise. Da Grillo all’astensione, le alternative non mancano. E Maroni, a quel punto, si troverebbe socio di minoranza di una minoranza: come dire che la Lega 2.0 rischierebbe semplicemente di perdere il 2.

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