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SCENARIO/ Le illusioni dei partiti "preparano" il Monti-bis

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Mario Monti (InfoPhoto)  Mario Monti (InfoPhoto)

L’ultima tornata elettorale sembrava aver sancito la vittoria di questo schema istituzionale, visto che le urne (ma anche le tristi logiche del Porcellum) avevano creato i presupposti perché si facesse il grande passo. Ma non è stato così perché il sistema elettorale, da solo, non può supportare un cambio radicale nella forma di governo; occorre ben altro: partiti e coalizioni solide e cambiamenti anche costituzionali, oltre che di natura elettorale.

In altre parole, se le schede elettorali “parlano”, la Costituzione in materia tace, non fa cioè da appoggio con la sua autorità ultima alla coincidenza tra elezione dei parlamentari e scelta del premier. Al contrario, essa lascia al Parlamento e al Presidente della Repubblica di dare incarichi e di conferire fiducia; in particolare, al Presidente resta un ampio potere di scelta, non vincolato neppure dall’appartenenza del designato premier ad uno dei rami del Parlamento. Insomma, per una serie di cause qui non ripercorribili per extenso, la Prima Repubblica è sopravvissuta al disfacimento della Seconda, quella che aveva camminato a grandi passi verso il “modello Westminster” (due schieramenti, due candidati premier, un solo momento elettorale in grado di  determinare la composizione del Parlamento e il capo del Governo), ma che poi è inciampata nell’ignavia della classe di governo e nella litigiosità mai sopita dei componenti della coalizione vincente, che ha riportato tutti ai blocchi di partenza. 

E, pertanto, se oggi Monti si dà disponibile − ma con estrema cautela − ad essere di nuovo capo del Governo, nulla questio; ben venga se si fa carico di redigere una agenda che risulta essere una sorta di dichiarazione programmatica volta ad ottenere ante litteram la fiducia della maggioranza del  Parlamento. Queste sue esternazioni non entrano a sconvolgere le dinamiche costituzionali, rimaste invariate dal 1948 ad oggi, pur avendo attraversato il mare in tempesta di questi 60 anni di storia su fragile ma quanto mai resistente scialuppa. 

Fatte le elezioni nazionali, la palla passerà al Presidente e alla sua capacità di leggere i risultati elettorali che non saranno – è facile prevederlo – di agevole interpretazione, soprattutto per come si muoveranno i partiti. Delle dichiarazioni di oggi assai poco resterà, nonostante l’attenzione spasmodica che i media dedicano a frasi, dichiarazioni e agende dei vari leader, mentre è tragicamente probabile che si riproducano gli scenari noti: partiti disomogenei e litigiosi, incapaci di anteporre il bene del Paese ai loro interessi di piccolissimo cabotaggio. Questo è il vero pericolo per la democrazia in Italia. E per ora non sembra che la classe politica dia segno di esserne cosciente. 

 



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