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SCENARIO/ Berlusconi e Bersani, il problema sta nel mezzo

La discesa (o salita) in campo di Mario Monti ricorda, per certi aspetti, quella di Silvio Berlusconi nel 1994. Ma dopo vent'anni lo scenario è ancora lo stesso? Ne parla UGO FINETTI

Bersani, Alfano e Mario Monti (Foto: Infophoto) Bersani, Alfano e Mario Monti (Foto: Infophoto)

La discesa (o salita) in campo di Mario Monti ricorda, per certi aspetti, quella di Silvio Berlusconi nel 1994. Sostanzialmente identico il bacino dei possibili votanti: un elettorato non di sinistra, da tempo maggioritario (all’epoca: il cosiddetto “pentapartito” di democristiani, laici e socialisti), che si trova ad essere improvvisamente orfano e sull’orlo di essere governato da un soggetto contro cui si era sempre schierato.
Che l’”offerta” di Monti possa avere possibilità di decollo lo vedremo nei prossimi giorni. Se vi sarà davvero una proposta innovativa, unitaria e identitaria,allora la campagna elettorale non sarà ad esito scontato con la verosimile vittoria (grazie al premio di maggioranza) del PD come primo partito. Se invece Monti sarà usato come “testimonial” di varie liste, il tutto darà l’impressione di un conglomerato che chiede voti per andare a trattare posti da Bersani: dal “Monti bis” al “Riccardi bis”.
Oggi infatti lo stesso Berlusconi sembra competere con Casini sullo stesso terreno e cioè su chi riuscirà ad essere determinante al Senato e potrà quindi, nella posizione migliore, concordare con il PD un candidato al Quirinale e consentire il proseguimento della legislatura. A Berlusconi e Casini si potrebbe aggiungere, come terzo offerente, il conglomerato radical-giustizialista di Grillo-De Magistris che, contando su Vendola, potrebbe obbligare il PD a trattare non sulla sua destra, ma sulla sua sinistra (almeno il nuovo inquilino del Quirinale che è, al momento, la principale posta in gioco).
Riassumendo: allo stato attuale si delinea una vittoria di Bersani con numeri probabilmente incerti, ma con almeno tre “vassalli” a disposizione. Diverso potrebbe essere lo scenario se i propositi di Monti di non lasciar campo libero ad una maggioranza Bersani-Vendola-Camusso si traducessero in un soggetto politico ed elettorale “a vocazione maggioritaria”.
L’interrogativo di fondo verte sul perché, dopo venti anni di maggioritario (nato con le elezioni amministrative del 1993), esista ed, anzi, sia in primo piano una “questione del Centro” nello scenario politico italiano. Si potrebbe andare indietro negli anni a quando, tra il ’92 ed il ’94, scomparvero i partiti che avevano governato l’Italia nei decenni precedenti e prese forma uno “strano maggioritario” e cioè un bipolarismo che, a differenza da quel che avviene in analoghi sistemi elettorali occidentali, vede in Italia la competizione tra due soggetti in cui è molto forte il condizionamento da parte di identità estremiste sia sulla destra sia sulla sinistra. Ma quel che conta, nell’imminenza del voto del 24 febbraio, è il passato più recente. Conta cioè il fatto che sia Bersani sia Berlusconi sono in campo dopo aver parallelamente sconfitto nei mesi scorsi il “centro” presente a sinistra e a destra. Le “primarie” del centro-sinistra hanno visto sì Bersani abbastanza misurato, ma i suoi portavoce hanno fatto campagna elettorale per ben due turni indicando Matteo Renzi come un infiltrato di destra: Vendola e la Camusso lo hanno ripetutamente definito come un nemico di classe.