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Politica

IL PUNTO/ Il piano di Monti: un voto in più di Berlusconi per "liberare" Bersani

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Ordunque, Monti ci sarà, Berlusconi pure, e poi Ingroia, Grillo, Maroni, chi più ne ha più ne metta a lucrare sulla sofferenza degli italiani con la carica irresponsabile e pericolosa dei diversi populismi e opportunismi. Monti, si diceva, ha risposto a tutto questo con molte esitazioni e qualche goffaggine organizzativo-programmatica. Ma d’altronde non possiede un partito, e si trova a recitare un ruolo che probabilmente avrebbe volentieri evitato di svolgere. E allora la decisione criticata di non dar vita, alla Camera, a una sola lista (come sembrava che si fosse già deciso) da problema potrebbe diventare opportunità. La indeterminatezza programmatica della sua Agenda, chiarissima però nel considerare inderogabile la condivisione dell’orizzonte europeo (allo scopo di poter contare di più e di correggere la linea) può trasformare la sua “salita” in politica in un punto di partenza, che in tanti e con diverse sfaccettature possono contribuire a puntellare. Prescindendo da un nuovo personalismo Monti-centrico, come si è detto. In particolare, chi ha a cuore la nascita in Italia di un Partito Popolare Europeo deve  sperare che nel Pdl il coraggio di gente del calibro di Mario Mauro, Alfredo Mantovano, Franco Frattini, Isabella Bertolini e Giuliano Cazzola (praticamente il meglio che la cultura del Pdl abbia espresso in questi anni e colpevolmente sottoutilizzato) non resti espressione di gesti isolati. Sperando che anche Corrado Passera, superando le divergenze scelga di essere della partita. Magari al Senato, dove la lista unica che lui chiedeva, già c'è.

Ho letto sul Sussidiario critiche al presunto tradimento di Mauro. Mi permetto di dissentire nella maniera più convinta. Qui ci si dimentica che in Italia non si è mai modificato il regime parlamentare sancito dalla nostra Costituzione e che le riforme non si fanno con i giornali e le Tv. Un partito di governo,  se ci crede, ha i numeri per attuare l’elezione diretta del premier, ma deve farlo, non solo enunciarla. Ebbene, un capo del governo-leader di una coalizione se non ha il coraggio di rendere democratica la struttura che regge, se cioè non si rende espressione sul modello americano di una scelta popolare, deve essere consapevole che chi lo ha eletto (i parlamentari) hanno anche il diritto/dovere di non seguirlo se individuano deviazioni dalla strada concordata. Nel caso di Mario Mauro, per di più, non si può chiedere a una persona di andare a Strasburgo a rappresentare le istanze del Ppe e poi pretendere di essere ancora seguiti una volta che la strada diventa tutt’altra, modello Le Pen, per intenderci, e anti-euro. 

Inoltre, l’anomalia tutta italiana di un partito che si riunisce a casa del leader rende praticamente risibile ogni ipotesi di opposizione interna, tanto è vero che quando si è trattato di reperire le risorse per le primarie che avrebbero dovuto incoronare Angelino Alfano si è scoperto improvvisamente che i soldi non c’erano. E non si capisce davvero, a proposito di tradimenti, come Alfano possa aver accettato senza colpo ferire, deludendo chi aveva puntato su di lui, di sentirsi dire prima di non avere il “quid” per il comando, poi che non ci sono alternative al Cavaliere, e infine di vedersi negati i soldi per le primarie. Un vero e proprio tradimento a parti invertite, a ben vedere, di Berlusconi verso l’uomo che lui stesso aveva investito per la successione.