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DIETRO LE QUINTE/ La "guerra" di poltrone che spiega la vittoria di Bersani

Concluse le primarie del centrosinistra con la vittoria del segretario del Partito democratico, UGO FINETTI si chiede adesso come mai Matteo Renzi non sia stato una “bolla mediatica”. 

Pierluigi Bersani (InfoPhoto) Pierluigi Bersani (InfoPhoto)

Il risultato di Matteo Renzi rappresenta per certi aspetti una sostanziale vittoria. Infatti sono state le “sue” primarie. Che cosa sarebbe stata la competizione senza di lui? Originariamente si trattava di una “kermesse”, annunciata il giorno stesso della firma dell’accordo elettorale tra Pd e Sel, al fine di dare “visibilità” a Vendola e presentare Bersani come “moderato”. Un gioco delle parti secondo rapporti di forza scontati. Se invece vi è stato un “effetto primarie”, che ha fatto crescere il Pd nell’opinione pubblica, è perché sono state primarie “vere”, combattute su contenuti anche nuovi per il Pd, dando l’immagine di un corpo vivo e appassionato, dove si è pronti a fare “battaglie di minoranza”. Il Pd è sembrato così capace di recuperare dall’antipolitica di Grillo e di primeggiare rispetto a un Pdl imbalsamato dove si continua a praticare un surreale “culto della personalità” nella convinzione che gli italiani siano di destra e che “alla fine” voteranno ancora Berlusconi. 

E’ quindi da chiedersi perché il sindaco di Firenze non sia stato una “bolla mediatica”. Si tratta di ragioni serie che si basano sui limiti e le contraddizioni della lunga marcia, di cui Pier Luigi Bersani è espressione, dal Pci ai Ds ed, infine, al Pd. 

La “rottamazione” non è un fatto meramente anagrafico, ma politico e riguarda contenuti e identità. Il “ragazzetto” di Firenze non ha inventato, ma ha interpretato due esigenze da tempo presenti nella sinistra italiana ed anche al di là di essa: gettarsi alle spalle la “guerra civile” che caratterizza la Seconda Repubblica e affrontare la crisi economica gettandosi alle spalle la lettura classista. Matteo Renzi, fatte naturalmente le dovute proporzioni, ricorda un po’ il socialismo spagnolo postfranchista quando nel 1974 scelse come leader Felipe Gonzales, nato dopo la guerra civile, che aveva 32 anni e che divenne a 39 capo del governo non nel segno della rivincita dell’altra Spagna”, ma del voltar pagina svelenendo gli animi e proponendo uno sforzo unitario di modernizzazione.

Pier Luigi Bersani, per quanto incarni al meglio il meglio della tradizione ex comunista, si presenta come una rivincita dell’altra Italia”. Alleandosi con Vendola e dando diritto di veto alla Camusso personifica una sinistra d’antan che pensa ancora di uscire dalle crisi del capitalismo ridistribuendo il reddito nella convinzione che, in verità, la crisi e i sacrifici siano un “imbroglio” dei capitalisti, i soldi ci siano e basta farli venire fuori con la lotta ai “cattivi”: i ricchi e gli evasori. Anni 70. Quando il leader della destra comunista, Giorgio Amendola, proponeva al Pci e alla Cgil “sacrifici senza contropartite”, Berlinguer gli replicava che non conosceva “l’abc del marxismo”.