Politica
mercoledì 8 febbraio 2012
Simul stabunt, simul cadent. Secondo molti commentatori i destini di Silvio Berlusconi e Umberto Bossi, al di là delle apparenze, restano uniti da un filo sottile. Tra i due leader ci sarebbe infatti un profondo legame, prima umano che politico, e una lunga stagione vissuta fianco a fianco, anche se a fasi alterne, alle prese con i travagli delle proprie creature politiche. Ma se è troppo presto per seppellire per sempre l’“Asse del Nord” non si può nemmeno dire che la sintesi questa volta sia semplice. Il recente vertice di Arcore, base operativa dell’alleanza dei tempi d’oro, è servito soltanto a cancellare l’ultimo scambio di “cortesie” tra ex alleati (come ad esempio il “cagasotto” rifilato dal Senatùr al Cavaliere e l’evocazione di “Piazzale Loreto” del vulcanico Calderoli). Poi si è passati alla legge elettorale. La trattativa promossa da Silvio Berlusconi per il Carroccio ha il sapore di un inciucio pericoloso con la sinistra. I padani vorrebbero che ci si limitasse a correggere il “Porcellum” di Calderoli, ma potrebbero anche cedere se Berlusconi dovesse mantenere la parola ed evitare un sistema che azzoppi i partiti che non sono presenti su tutto il territorio nazionale. Il problema di Bossi resta però un altro. Dopo i fischi rimediati dal suo popolo in Piazza Duomo a Milano ha bisogno di riprendere in mano le redini del partito. La base, sull’onda delle idee dei “barbari sognanti” di Roberto Maroni, sogna un ritorno alle origini, ma il segretario federale sa che bisogna fare bene i conti per non rischiare l’isolamento. Accantonate le minacce di far cadere la Regione Lombardia di Roberto Formigoni, che avrebbe potuto scatenare un effetto domino che avrebbe levato alla Lega anche il Piemonte e il Veneto, Bossi deve scegliere che strada intraprendere, a cominciare dalle elezioni amministrative. Questa mattina Marco Reguzzoni, esponente del “cerchio” bossiano e nemico numero uno di Maroni, ha rilanciato l’ipotesi della corsa solitaria: «quando sarà il momento, Bossi prenderà la decisione definitiva, ma non possiamo essere allo scontro in Parlamento e insieme al governo delle regioni». Infine, si è levato l’ennesimo sassolino dalla scarpa nei confronti del sindaco di Verona, il maroniano Flavio Tosi, deciso a correre con una propria lista, forte di un largo consenso in città. «Tutti devono remare insieme per la Lega, senza personalismi, e credo che il mio caso sia un esempio» ha ribadito l’ex capogruppo. Al di là delle dichiarazioni però una cosa sembra certa: fino a quando Umberto Bossi rimarrà a metà del guado, tra Arcore e Pontida, i fedelissimi dell’ex ministro dell’Interno, già pronti a fare il pieno nei congressi locali, continueranno a guadagnare terreno. Al Senatùr potrebbe perciò rimanere una sola carta in mano: convincere Berlusconi a far cadere il governo Monti e andare al voto al più presto con il Porcellum, in modo da poter arrestare l’ascesa dei “barbari”, nominando principalmente leghisti di fede bossiana, e ridimensionare gli appuntamenti congressuali. Convincere il Cavaliere, appena entrato nell’orizzonte del dialogo bipartisan e della “grande coalizione”, non sarà però molto semplice e sembra proprio che la strada degli insulti e delle minacce e degli insulti non sia quella giusta.
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