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SENTENZA DELL’UTRI/ Pamparana: crolla il teorema Mafia-Forza Italia

Pubblicazione:domenica 11 marzo 2012

Marcello Dell'Utri (Infophoto) Marcello Dell'Utri (Infophoto)

Saranno tutte da vedere le motivazioni della sentenza della Cassazione su quello che, da sedici anni, è “l'affaire Dell'Utri”. Un fatto però è chiarissimo: il procuratore generale della Cassazione, cioè l'accusatore, straccia la sentenza della Corte di Appello di Palermo che aveva condannato Marcello Dell'Utri per concorso esterno in associazione mafiosa e sancisce una sconfitta storica alla Procura di Palermo e al teorema che vedeva Dell'Utri come il mediatore tra mafia e Forza Italia.
La vicenda non è afffatto conclusa. È meglio che si stia zitti di fronte a questa lunga vicenda, ma alcuni capisaldi emersi dalla decisione della Cassazione si possono definire.
Andrea Pamparana, un grande cronista, attualmente vicedirettore del Tg5 traccia con chiarezza alcuni punti. Pamparana, dopo sedici anni, come si può commentare un fatto del genere? «È bene evidenziare alcuni punti, tenendo presente però che la questione non è ancora finita. Bisogna rifare il processo di appello. La conclusione è di là da venire. Certo, nella richiesta della Procura generale c'è un limite temporale rispetto ai fatti, che arrivano fino al 1992. E qui non si tratta tanto di prescrizione, per cui si voleva spostare un paio d'anni in più i fatti. Piuttosto c'è la sepoltura di un teorema. Marcello Dell'Utri è l'artefice, attraverso Publitalia, della creazione del partito Forza Italia, che nasce nel 1993. A questo punto, tutte le relazioni tra Forza Italia e la mafia, dove vanno a finire? Tutto quello che è stato detto in questi anni, tutto quello che è stato scritto, dove va a finire? Se dobbiamo dare un giudizio generale, possiamo dire che questa è una sconfitta innazitutto politica di portata storica».

Quali altri punti emergono, al momento?

C'è pure il coraggio del Procuratore generale Francesco Iacoviello nell'affrontare il reato di concorso esterno in associazione mafiosa. Se questo reato ha un carattere piuttosto indefinito, c'è certamente da dire che è servito ai tempi di Falcone e Borsellino, che volevano guardare all'interno di quella zona grigia che sta intorno alla mafia. Oggi la situazione appare diversa e diventa inaccettabile quando se ne fa un ricorso continuato di carattere politico. È sostanzialmente questo che la Cassazione fa intendere, quando stabilisce che questo processo va rifatto.

Anche se la vicenda non è terminata.

Sono d'accordissimo. Che cosa significa tutto questo per un uomo di 70 anni come Marcello Dell'Utri? Significa affrontare un altro anno e mezzo o due di esposizione mediatica, di chiacchiere e discorsi, di esposizione della sua persona, di nuove udienze, magari di qualche nuovo pentito che compare sulla scena. 


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COMMENTI
11/03/2012 - Negare l'evidenza?! (Claudio Franchi)

Ma scherziamo? L'annullamento del processo d'appello ristabilirebbe la "verità processuale" di quello di primo grado, che soteneva la stessa linea accusatoria fatta a pezzetti in Cassazione (che, n.b., si esprime sempre in merito all'aspetto TECNICO delle sentenze: un invito implicito a certe Procure a darsi all'ippica...)? In realtà il significato "storico-politico" dell'attuale sentenza è talmente evidente che negarlo mi pare arrampicarsi sugli specchi...

 
11/03/2012 - Pamparana sbaglia. (Giuseppe Crippa)

La tesi di Pamparana, riassunta nel titolo dell'articolo:  « Crolla il teorema Mafia – Forza Italia » mi sembra del tutto illogica: se viene annullato il processo d'appello non crolla alcun teorema ma semplicemente risulta per ora ancora valida la verità processuale emersa in primo grado, nel quale Dell'Utri è stato condannato a nove anni di reclusione con l'accusa di concorso esterno in associazione mafiosa, a due anni di libertà vigilata, all'interdizione perpetua dai pubblici uffici e al risarcimento dei danni (per un totale di 70.000 Euro) alle parti civili, il Comune e la provincia di Palermo. Fino a quando il processo d'appello non verrà rifatto, per gli italiani è questo, e non altro, il corretto - seppur non definitivo - giudizio da attribuirsi al signor Dell'Utri.