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SENTENZA DELL'UTRI/ Quell'uso scorretto (e parziale) di Giovanni Falcone

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Immagine d'archivio (Fotolia)  Immagine d'archivio (Fotolia)

SENTENZA DELL'UTRI - Le sentenze non si devono discutere e vanno accettate, hanno sempre sottolineato con cipiglio i giustizialisti di tutte le tipologie in questi ultimi venti anni di storia italiana. Aggiungevano che “così si fa” in uno Stato di diritto. Sia i giustizialisti di destra sia quelli di sinistra avevano probabilmente come riferimento lo “Stato di diritto“ delle “democrazie popolari” dell'Europa dell'Est, prima che cadesse il Muro di Berlino. Il sostenitore “principe“ dell'accoglimento di una sentenza “con mutismo e rassegnazione” era Andrey Janevich Vishinsky, pubblico accusatore “principe” dei processi moscoviti, con Stalin ben saldo al Cremlino. Nelle democrazie occidentali invece le sentenze si accettano, per forza, ma si discutono eccome, ci si ribella con grandi manifestazioni in alcuni casi. E alcune sentenze diventano memorabili, nel bene e nel male.

Chissà se qualcuno ricorda, tanto per citare qualche esempio, quello che accadde dopo le sentenze su Sacco e Vanzetti oppure sui coniugi Rosemberg nella libera America. Ma di questi tempi pare quasi inutile ricordare alcuni fatti e principi di democrazia liberale. Capita però che l'Italia, sempre in questi ultimi vent'anni, sia diventato un “paese di schizofrenici”. Quando le sentenze sono favorevoli a una certa parte politica e giudiziaria va tutto bene, e non si deve parlare. Quando invece le sentenze non corrispondono alle speranze, si scatena una cagnara e un frastuono con dichiarazioni che sembrano autentici insulti. Che dire di fronte alla dichiarazione del procuratore aggiunto Antonino Ingroia contro la sentenza della Cassazione sul processo a Marcello Dell'Utri? Il magistrato afferma che in Cassazione “c'è chi ha avuto come maestri Corrado Carnevale, chi invece Falcone e Borsellino”. E insiste nel contrapporre Falcone e Borsellino allo spirito della richiesta fatta dal procuratore generale della Cassazione, Francesco Iacoviello.

Sull'operato di Iacoviello non piovono solo le critiche di noti giornali, ma anche quelle del leader di Magistratura Democratica, Piergiorgio Morosini, che definisce “sorprendenti” le parole del Pg sul concorso esterno. Poi anche Nando Dalla Chiesa che parla di “vendetta postuma”. E ancora l'ex procuratore di Palermo, Giancarlo Caselli, che definisce imbarazzanti le tesi del procuratore generale della Cassazione. Alla faccia quindi delle sentenze che devono essere accettate e non discusse. Diciamo piuttosto che, per non essere discusse, le sentenze devono essere a senso unico. Lo ha fatto notare Angelino Alfano con giusto tempismo. Ma, detto questo, occorre aggiungere alcune considerazioni sul richiamo a Giovanni Falcone.

Perché non si ricorda mai il Giovanni Falcone che il 15 ottobre 1991 è costretto a difendersi davanti al Consiglio Superiore della Magistratura in seguito all'esposto presentato il mese prima (l'11 settembre) da uno dei “principi” del giustizialismo italiano, l'ex sindaco di Palermo, Leoluca Orlando? L'esposto contro Falcone era il punto di arrivo di una serie di accuse fatte al magistrato palermitano. Come si difese Falcone? In questi termini: “Queste sono eresie, insinuazioni e un modo di fare politica attraverso il sistema giudiziario”. Ma c'è di più, Falcone commentando il clima di sospetto che si era creato a Palermo disse: “Non si può investire nella cultura del sospetto tutto e tutti. La cultura del sospetto non è l'anticamera della verità, è l'anticamera del khomeinismo”.


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