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J'ACCUSE/ 2. Sansonetti: l'unica separazione di carriera da fare è tra Pm e giornalisti

Marcello Dell'Utri (Infophoto) Marcello Dell'Utri (Infophoto)

Se vai in America e ti basi su un reato associativo di quel tipo ti prendono per un matto. Era un aggravante, non un reato. Capisco l'intenzione di Giaovanni Falcone e Paolo Borsellino di vent'anni fa. La necessità di comprendere e indagare sulla cosiddetta “zona grigia” magari limitrofa alla mafia. La mia impressione è che Falcone pensava che un'indagine su quel tipo di reato non comportasse, come avviene adesso, un'immediata condanna di fatto.

Falcone sosteneva anche che la “cultura del sospetto non è l'anticamera della verità, ma l'anticamera del khomeinismo”. Lo scandì davanti al Consiglio Superiore della Magistratura, dove era dovuto andare per difendersi dall'esposto dell'ex sindaco di Palermo, Leoluca Orlando.

E Falcone aveva perfettamente ragione. Qui si passa dalle intercettazioni alla cultura del sospetto. Poi arrivano giornali e televisioni, con la “platea giornalistica” che applaude e rilancia. Un cortocircuito impressionante. E c'è da dire di più, c'è ancora da aggiungere qualche cosa sul reato associativo.

Che cosa?

Quel reato associativo in concorso esterno è un retaggio sabaudo, credo del 1865. Quando c'è la repressione nelle province meridionali, viene “pescato” e inventato quel reato per intimorire i ulteriormente i contadini che non avevano il coraggio, oppure erano atteriti dalla paura, dalle azioni della mafia e dei briganti. Questa è l'origine di questo reato di associazione esterna. Come facciano a difenderlo dei magistrati nel 2012 è un mistero, oppure è solo frutto di una cronica incapacità.

(Gianluigi Da Rold)

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