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MANOVRE/ La Grande Coalizione pronta a governare l’Italia dopo le elezioni

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Angelino Alfano e Pier Luigi Bersani (Infophoto)  Angelino Alfano e Pier Luigi Bersani (Infophoto)

E se la Grande Coalizione fosse la prospettiva inevitabile per i tre partiti che sostengono il governo Monti per non uscire spappolati dalle prossime elezioni politiche? È questa la domanda che in realtà si pongono i maggiori leader politici al di là del lavoro per forgiare l’identità di Pdl, Pd e Terzo Polo che stanno svolgendo Angelino Alfano, Pier Luigi Bersani e Pier Ferdinando Casini.

Alfano segue i congressi del Pdl, cerca alleanze per le prossime amministrative che evitino una deblacle del partito berlusconiano e tenta di ancorare il Pdl in una dimensione popolare europea dopo lo sganciamento progressivo dalla Lega. Bersani, con il documento per un’Europa sociale firmato nello scorso fine settimana con il Ps francese e la Spd tedesca, punta a fornire al Pd un netto profilo socialdemocratico, che però fa scontentare l’area moderata ed ex dc capeggiata da Giuseppe Fioroni e Marco Follini, fa mugugnare i montiani doc come Enrico Letta e Walter Veltroni. Un profilo socialdemocratico che in realtà cerca di arginare un’emorragia di consensi sia verso il movimentismo socialisteggiante di Nicky Vendola che il populismo moralisteggiante di Antonio Di Pietro. Casini sembra avere il lavoro meno arduo: con un governo come quello di Mario Monti avrebbe dovuto essere il perno centrista di un esecutivo tecnico naturaliter moderato, ma il leader dell’Udc ha dovuto registrare l’evanescenza politica del leader di Fli, Gianfranco Fini, e l’irrilevanza dell’Api di Francesco Rutelli.

Eppure, nonostante difficoltà interne e differenti prospettive politico-culturali, i tre leader stanno assecondando l’azione del governo Monti, compresa la riforma del lavoro che comunque il ministro Elsa Fornero e il premier Mario Monti intendono realizzare anche senza l’assenso delle parti sociali. E per i leader di Pdl, Pd e Terzo Polo sarà davvero difficile, forse impossibile, non approvare il progetto governativo anche sul lavoro: perché di fatto (al di là di diverse sensibilità) è condiviso dai tre partiti; perché se non ci fosse il loro appoggio la maggioranza scricchiolerebbe mettendo a rischio il governo (ma il Quirinale lo impedirebbe); e perché per lo stesso Pd, il più dubbioso sulla maggiore flessibilità nei licenziamenti, sarebbe arduo contestare una riforma che nelle linee essenziali è condivisa dalla maggioranza del suo gruppo dirigente e che è meno dirompente socialmente (visto che l’attenuazione dell’articolo 18 varrebbe per i nuovi assunti), rispetto alla riforma della previdenza che neppure il centrodestra ha voluto o potuto approvare.



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