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LAVORO/ 1. Bersani e Camusso "condannati" a dire sì per evitare nuove scissioni

Pubblicazione:martedì 20 marzo 2012 - Ultimo aggiornamento:martedì 20 marzo 2012, 9.33

Elsa Fornero (Infophoto) Elsa Fornero (Infophoto)

Nel giorno in cui le istituzioni hanno reso omaggio a Marco Biagi, assassinato dieci anni fa dalle Nuove Brigate Rosse, ieri la trattativa sulla riforma del lavoro ha vissuto una delle sue giornate più delicate. I leader sindacali dopo aver cercato, senza successo, una posizione unitaria in vista dell’incontro di oggi a Palazzo Chigi, sono stati ricevuti in serata dal ministro Fornero, che nelle ultime ore aveva ammorbidito i toni, cercando di sgombrare il campo da timori di «cambiamenti in senso punitivo». Un incontro segnato dalle parole del Capo dello Stato («Penso che sarebbe grave la mancanza di un accordo cui le parti sociali diano solidalmente il loro contributo», aveva dichiarato Napolitano) e conclusosi intorno a mezzanotte senza nessuna dichiarazione.
La giornata di oggi si annuncia perciò decisiva e mette sotto pressione sia i sindacati, che il Pd, oggi alla maggioranza con il Pdl e l’Udc. «Credo che il Partito Democratico in ogni caso sarà “costretto” a dare il via libera al governo, com’era già stato confermato dopo l’ultimo vertice di maggioranza – dice a IlSussidiario.net Peppino Caldarola –. I democratici infatti non possono permettersi di aprire una crisi dell’esperienza Monti sulla riforma del mercato del lavoro. E sono anche convinto che alla fine la rottura non si verificherà nemmeno tra i sindacati e il governo».

Bersani quindi secondo lei non deve temere il possibile Aventino della Cgil?

Di sicuro la Camusso dovrà fare i conti con la linea radicale della Fiom e cercherà di presentare alla propria base un’idea di riforma mite, da cui dovrebbero discendere prospettive interessanti in termini di occupazione. I soggetti in gioco però sembrano coscienti del fatto che una rottura sarebbe nociva per il quadro politico ed economico del Paese. Certo, l’ultimo vertice di maggioranza ha fatto innervosire i sindacati che hanno letto questa doppia trattativa come una pressione indebita nei loro confronti, ma alla fine sembra che stia prevalendo il realismo.   

All’interno del Pd comunque il dibattito è ancora aperto.

Direi di sì. Continuano a fronteggiarsi due schieramenti. Uno fedele a Bersani e D'Alema e uno "montiano", in cui Walter Veltroni ha un ruolo rilevante e in cui trovano spazio il professor Ichino e tutta l’area popolare, con l’esclusione in pratica della sola Rosi Bindi. Questi ultimi vorrebbero che il partito desse un assenso senza se e senza ma, anche a costo di una rottura con il sindacato, l'area fedele al segretario invece intende mediare fino all’ultimo secondo per cercare di ottenere il consenso della Camusso, dando ormai per perso quello di Landini.
Come dicevo prima, comunque, mi sembra che tutti siano consapevoli del fatto che sacrificare il governo Monti sull’altare dell’articolo 18 non è una strada praticabile per nessuno. 

Secondo lei comunque i democratici rischiano di regalare i sindacati a Vendola?

Per quanto riguarda la Fiom questo è già avvenuto, come ha dimostrato la sua ultima manifestazione. Che la Camusso si metta alla testa della sinistra radicale mi sembra invece piuttosto complicato. Le sue dichiarazioni di questi giorni sono state prudenti e misurate. Ad ogni modo le cose diverrebbero più semplici se ci fossero degli interventi capaci di dimostrare che "il gioco vale la candela". La famosa “paccata” di miliardi, come l’ha improvvidamente chiamata il ministro, dovrebbe servire a questo.
Detto questo, i focolai interni al Partito Democratico non si limitano certo alla riforma del lavoro.

A cosa si riferisce?


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