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DDL LAVORO/ 1. L'esperto: col disegno di legge la riforma può essere stravolta

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Giorgio Napolitano (Infophoto)  Giorgio Napolitano (Infophoto)

Il Consiglio dei ministri di ieri si è concluso con l’approvazione “salvo intese” della riforma del mercato del lavoro e arriverà in Parlamento come disegno di legge. Il governo ha perciò scartato l’ipotesi del decreto legge e della legge delega, confermando tra l’altro il no al reintegro sui licenziamenti per motivi economici.
«Si comincia a ragionare», ha dichiarato il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, mentre secondo il coordinatore nazionale del Pdl, Ignazio La Russa si tratterebbe di «una decisione molto grave che può creare squilibri politici». Per comprendere le conseguenze e i risvolti politici di una decisione solo all’apparenza tecnica, IlSussidiario.net ha interpellato Giulio Salerno, Docente di Diritto pubblico all'Università di Macerata.

Professore, innanzitutto cosa si intende con l’espressione “salvo intese”?

Si tratta di una prassi che si è venuta affermando nell’approvazione delle deliberazioni del Consiglio dei Ministri quando, pur sussistendo una sufficiente condivisione sulle linee essenziali di un determinato provvedimento, quest’ultimo necessita di una più precisa definizione in alcuni specifici contenuti. In altre parole, nel cdm non sono stati sollevati ostacoli politicamente rilevanti da parte dei singoli componenti del collegio, o comunque le eventuali obiezioni che pure sono state sollevate, si considerano compiutamente superate. 
Non si deve dimenticare, poi, che, in base all’art. 87, comma 4, della Costituzione, la presentazione alle Camere di un atto di iniziativa legislativa del Governo, è subordinata all’autorizzazione del Capo dello Stato. Questa attribuzione presidenziale ha acquistato nel corso del tempo un rilievo più sostanziale di quanto inizialmente considerato. Anzi il rilievo di tale potere tende ad accentuarsi là dove il circuito fiduciario Governo-Parlamento appaia più debole o sfilacciato.

Prima di parlare della scelta del ddl, per quale motivo secondo lei è stata scartata l’ipotesi del decreto-legge?

È una strada che pone non pochi problemi sia dal punto di vista politico che da quello istituzionale. Questo Governo, come noto, nasce da una convergenza temporanea tra forze politiche che si erano presentate come soggetti contrapposti durante la campagna elettorale e che si sono fronteggiate duramente durante la prima parte della legislatura.  Tale convergenza, apertamente sostenuta dal Capo dello Stato, ha consentito di affrontare una fase di particolare gravità sia sul versante interno che su quello esterno, e si propone di perdurare sino allo scioglimento naturale della legislatura. Se questa è la prospettiva di medio periodo, è evidente che ciascuno dei tre soggetti che hanno dato luogo a tale patto, pretende che il governo si presenti come “non belligerante” rispetto a quelle posizioni che più li contraddistinguono nei confronti dei rispettivi elettorati. La presentazione di un decreto-legge implica, al contrario, la definizione di un ben preciso quadro normativo, che il Governo avrebbe notevoli difficoltà a modificare in sede di conversione parlamentare. 

Cosa intende dire?

Qualsiasi mutamento sostanziale implicherebbe la ricerca di un nuovo equilibrio tra le diverse soluzioni prospettabili, e dunque comporterebbe il rischio di accentuare il conflitto tra le componenti della maggioranza sino al punto di non ritorno, cioè alla crisi di governo. È evidente, inoltre, che la scelta del decreto-legge è decisamente condizionata dalla concorde volontà del Capo dello Stato.
 
Il Presidente della Repubblica quindi non deve aver voluto mettere a rischio la solidità dell’esecutivo.


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