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Politica

SCENARIO/ Scontro Bossi-Tosi, solo una farsa?

Umberto Bossi (Infophoto)Umberto Bossi (Infophoto)

Nessuna eco, nel frattempo, c’è stata sull’incisiva lettera fatta girare nei giorni scorsi da due leghisti veneti di assoluto rilievo come Marzio Favero e Bepi Covre. In cui venivano posti problemi concreti sui quali misurarsi, al di là degli editti di via Bellerio e dei bellicosi proclami dei suoi occupanti. La questione posta nel documento è chiarissima. Venticinque anni (un quarto di secolo…) dell’era-Bossi non hanno prodotto risultati sostanziali, per cui è essenziale cambiare un po’ tutto, dalla strategia agli uomini. Non si vive di sole minacce di sconquassi, tanto più che alla secessione non ci credono se non un po’ di ultras. Il Nord, nella stragrande maggioranza, non crede neppure alla Padania: la Lega è costretta a ricordare non solo all’esterno ma anche a suoi autorevoli iscritti (vedi proprio Tosi) che essa sta al primo punto dello statuto; ma anche quando ha raggiunto il massimo dei consensi (come nel 1996 e nel 2008), è riuscita a convincere solo un elettore settentrionale su cinque. 

Una parte consistente, probabilmente maggioritaria, del suo elettorato l’ha votata piuttosto nella speranza che fosse capace di far passare quelle riforme di sistema che il Nord in particolare aspetta e chiede inutilmente da decenni. Invece, in una lunga stagione di governo, ha finito per rivelarsi subalterna all’alleato Berlusconi perfino nelle sue personali grandi e piccole grane. E qui oggi sta lo snodo vero per una Lega chiamata a rinunciare al “tutti dietro a Bossi” per passare a un più razionale “tutti attorno a Bossi”. Dove, come in ogni partito vero, la strategia non è decisa da un monarca sempre più ridotto a un Re Travicello, ma dai cosiddetti sudditi. Ormai decisi a conquistarsi il diritto a diventare ex.

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