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SCENARIO/ Scontro Bossi-Tosi, solo una farsa?

Pubblicazione:lunedì 26 marzo 2012

Umberto Bossi (Infophoto) Umberto Bossi (Infophoto)

A Bossi, come a molti leghisti, stanno sullo stomaco quelli che loro chiamano “i democristianòni”, con sprezzante riferimento a certe prassi della prima Repubblica. Non hanno magari tutti i torti, tranne che su un punto: non un alto e scafàto papavero della vecchia piazza del Gesù, ma un semplice dirigente di periferia, avrebbe affrontato e risolto un caso come quello di Flavio Tosi in tempi molto più rapidi, e soprattutto in modi molto meno ridicoli, di quello che ha fatto l’odierna via Bellerio.

Dopo aver minacciato tuoni e fulmini contro la “pretesa” del sindaco di Verona di inserire il suo nome in una serie di liste alle imminenti elezioni comunali, fino a sanzionarlo di sfratto dal Carroccio, il vertice leghista si è ridotto a discutere di quanto grande dovesse essere la preposizione “per” davanti al nome del sindaco uscente. Nome che è entrato non soltanto nelle varie civiche a suo sostegno, ma addirittura – fatto pressoché inedito – nel simbolo ufficiale della Lega assieme a quello di Sua Maestà Bossi. C’era proprio bisogno di inscenare una recita siffatta per settimane?

In realtà, quanto accaduto certifica ciò che è ormai palese da tempo, e che Stefano Folli a suo tempo ha condensato in un’efficace immagine in un’intervista a IlSussidiario.net: “L’imperatore non controlla più il suo impero”. I segnali sono ormai molteplici. Il modo in cui Bossi si sta comportando ricorda singolarmente l’autunno del patriarca così magistralmente descritto da Garçia Marquez. Un giorno tuona e minaccia a dritta e a manca da un palazzo in cui è sempre più solo e malconcio, e spara sul Cavaliere; il giorno dopo gli strizza l’occhio, dichiarando che tornare ad allearsi con lui sarà inevitabile; ma intanto il movimento gli sta scappando vistosamente di mano.

Si addensa l’ombra di una tangentopoli lombarda in cui il ruolo di Davide Boni appare quanto meno dubbio; non sono state fornite spiegazioni sui disinvolti investimenti esteri del tesoriere della Lega; Velina Verde sparge veleni interni a nastro; i congressi provinciali stanno registrando il consolidamento di Maroni. E il caso-Verona è solo il più vistoso di una linea di faglia che ormai corre dal Piemonte al Veneto. Nel quale ultimo stanno per celebrarsi finalmente gli ultimi congressi provinciali in sospeso (Padova e soprattutto Treviso, la provincia più leghista d’Italia), ma su cui continua ad aleggiare l’ipotesi dell’ennesimo rinvio di quello regionale. Dove Maroni, via Tosi, intende sferrare un assalto forse decisivo alle posizioni di Bossi, difese da oltre una dozzina d’anni dal fedelissimo Gianpaolo Gobbo.


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