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J'ACCUSE/ Barcellona: la vera vittoria di Monti? Il suicidio gaio dei partiti

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Voglio subito fare alcuni esempi: su Repubblica si legge un articolo sul “tecnottimismo” che assicurerà nei prossimi vent’anni la totale scomparsa della povertà e lunga vita a tutti gli abitanti del pianeta, mentre qualche giorno dopo leggo un articolo sugli scenari economici mondiali in cui si descrive il futuro a tinte fosche chiamando in causa anche il rallentamento dell’economia cinese e la debolezza della crescita americana rispetto ad un’eurozona che minaccia fallimenti da tutti i lati. Luciano Gallino, col suo solito acume analitico, spiega come questo modello produttivo è strutturalmente inadeguato a produrre occupazione stabile e che senza una vera e propria inversione di rotta la società europea è destinata economicamente ad una lenta agonia. Figurarsi il rilancio della cultura in un contesto di recessione dove aumentano inesorabilmente i disoccupati e dove il tenore di vita del ceto medio si riduce costantemente.

L’umore generale del Paese continua a scivolare lentamente verso un’apatia diffusa. L’unico tema che sembra dominare il dibattito pubblico è la discussione su questo famigerato art. 18 dello statuto dei lavoratori che oramai viene relegato al puro livello del dibattito simbolico, cioè senza alcun riferimento concreto alla vita reale dei lavoratori e dei cittadini. Così Massimo D’Alema, ospite di Fazio, ha commentato le diverse posizioni che sono emerse intorno al tema del licenziamento senza giusta causa. È veramente grave che un vecchio dirigente del Pci non colga l’implicazione che i simboli hanno sempre avuto nella vita pratica e che per i simboli intere generazioni si sono mobilitate e sono persino andate a combattere sui fronti dell’Europa lacerata. Ma anche questo atteggiamento di disincantato realismo, che sembra connotare la fase attuale di una parte della dirigenza della sinistra, appartiene a questo diffuso disarmo della politica di fronte alle questioni che continuano ad infiammare quel che resta dell’area politicizzata del nostro Paese.


COMMENTI
29/03/2012 - 48 milioni di culture (francesco taddei)

Investire in cultura significa: per i privati massimizzare i profitti (a volte con veri danni per i beni culturali) e per il presidente Napolitano più l'esercito degli acculturati del bene pubblico, aumentare le assunzioni e gli stipendi. Efficienza, meritocrazia e buona gestione sono concetti sconosciuti alla massa (basti vedere l'indegna retribuzione per i restauratori, esterni al settore pubblico). Inoltre, cultura come identità e tradizione da rinnovare mantenendone il senso, da destra se n'è persa traccia, da sinistra è palesemente avversata in nome del multikulti e del progetto di scardinare "apprescindere" tutto ciò che sa di identità.