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J'ACCUSE/ Barcellona: la vera vittoria di Monti? Il suicidio gaio dei partiti

Pubblicazione:giovedì 29 marzo 2012 - Ultimo aggiornamento:giovedì 29 marzo 2012, 10.08

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Ascoltare la Fornero che, difendendo la riforma del governo, continua a ripetere con aria professorale che loro, i tecnici, sono chiamati a fare quello che la politica non è capace più neppure di gestire, dovrebbe produrre nell’animo di tutti quelli che hanno vissuto un’esperienza politica un grande senso di tristezza. Tutti gli opinionisti hanno lodato la formazione del governo Monti come il necessario riconoscimento dell’impotenza della politica, e tutti i commentatori politici continuano a  prospettare un prolungamento dell’esperienza del governo dei “tecnici”.

Pur concordando con Eugenio Scalfari che in realtà si tratta di un governo politico, voglio evidenziare il fatto che sono gli stessi ministri e sottosegretari a sottolineare nelle varie occasioni di dibattito pubblico la loro esclusiva competenza specialistica capace di risolvere problemi che i politici non possono affrontare a causa della pressione degli interessi. I “tecnici” sarebbero i garanti dell’interesse generale del Paese e il Presidente della Repubblica, Napolitano, li conforta giornalmente con le proprie esternazioni assicurando la loro funzione di arbitratori neutrali. Vorrei chiedere anche a Giorgio Napolitano, che conosco da molti decenni, perché mai la difesa del lavoro, la richiesta di occupazione e stabilità per i giovani non costituisca l’interesse generale. Una volta il lavoro, la sua dignità e la sua tutela erano il centro della vita politica nazionale e i padri fondatori della Costituzione hanno voluto fondare proprio sul lavoro la legittimazione a governare il Paese. Ciò che la discussione attuale non mette appunto in evidenza è che le riforme proposte dal governo non riguardano soltanto gli aspetti tecnici dell’articolo 18 ma più in generale il ruolo che il mondo del lavoro può avere nella vita democratica di questo Paese. Ho provato molta irritazione nel sentire affermare che questa riforma serve a dimostrare ai “mercati” che il sindacato non ha più un potere di veto sulle decisioni del governo, e che il governo può prendere decisioni senza preoccuparsi di ottenere il consenso dei rappresentanti dei lavoratori. Questo mi sembra il vero punto della svolta che il governo Monti sta attuando nel sistema politico del nostro Paese.


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COMMENTI
29/03/2012 - 48 milioni di culture (francesco taddei)

Investire in cultura significa: per i privati massimizzare i profitti (a volte con veri danni per i beni culturali) e per il presidente Napolitano più l'esercito degli acculturati del bene pubblico, aumentare le assunzioni e gli stipendi. Efficienza, meritocrazia e buona gestione sono concetti sconosciuti alla massa (basti vedere l'indegna retribuzione per i restauratori, esterni al settore pubblico). Inoltre, cultura come identità e tradizione da rinnovare mantenendone il senso, da destra se n'è persa traccia, da sinistra è palesemente avversata in nome del multikulti e del progetto di scardinare "apprescindere" tutto ciò che sa di identità.