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J'ACCUSE/ Barcellona: la vera vittoria di Monti? Il suicidio gaio dei partiti

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Ed è proprio su questo punto che si registrano i maggiori consensi delle culture neoliberiste che attribuiscono solo al mercato il potere di normare la vita delle popolazioni dei vecchi stati nazionali.

Io non so se ridere o piangere quando sento rappresentanti del governo rispondere alle obiezioni provenienti dal mondo del lavoro che le politiche che si stanno attuando vengono chieste dall’Europa e dai mercati. Non riesco a capire infatti che cosa rappresentano l’Europa e i mercati di fronte alla tragedia di milioni di uomini che vengono costretti a vivere l’esperienza della povertà come in Grecia. Di quale Europa si parla per giudicare legittimamente il popolo greco come una massa di parassiti e fannulloni ai quali però si chiede di partecipare col 7 per cento del proprio Pil all’acquisto di armamenti prodotti in Germania? E quali sono i mercati che pretendono di imporci regole in nome della efficienza economica quando poi abbiamo ascoltato voci autorevoli denunciare le truffe e gli inganni dei fondi sopranazionali di gestione della finanza globale e abbiamo letto testimonianze di ex dirigenti della Goldman Sachs (riportate ad esempio su Repubblica) che denunciano lo spirito di rapina delle grandi organizzazioni finanziarie sopranazionali?

Non c’è dubbio che l’eccessivo indebitamento pubblico ha portato il nostro e gli altri Paesi europei in condizioni di difficoltà rispetto al fabbisogno di credito per poter sostenere lo sviluppo, ma bisogna anche riconoscere che i creditori sono diventati usurai che hanno portato il costo dell’indebitamento oltre ogni limite per sfruttare appunto le difficoltà degli stati nazionali. In varie occasioni mi è accaduto di ascoltare che i finanziamenti concessi alla Grecia sono stati utilizzati in gran parte per soddisfare gli interessi del sistema bancario e dei creditori più forti, mentre nulla è stato utilizzato per ridare fiato all’economia reale. Anche nel resto d’Europa assistiamo a questo strano fenomeno del finanziamento della banca europea al tasso dell’1,5 alle banche nazionali, utilizzato per acquistare titoli di Stato che producono interessi ben più alti e vantaggiosi.


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COMMENTI
29/03/2012 - 48 milioni di culture (francesco taddei)

Investire in cultura significa: per i privati massimizzare i profitti (a volte con veri danni per i beni culturali) e per il presidente Napolitano più l'esercito degli acculturati del bene pubblico, aumentare le assunzioni e gli stipendi. Efficienza, meritocrazia e buona gestione sono concetti sconosciuti alla massa (basti vedere l'indegna retribuzione per i restauratori, esterni al settore pubblico). Inoltre, cultura come identità e tradizione da rinnovare mantenendone il senso, da destra se n'è persa traccia, da sinistra è palesemente avversata in nome del multikulti e del progetto di scardinare "apprescindere" tutto ciò che sa di identità.