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J'ACCUSE/ Barcellona: la vera vittoria di Monti? Il suicidio gaio dei partiti

Pubblicazione:giovedì 29 marzo 2012 - Ultimo aggiornamento:giovedì 29 marzo 2012, 10.08

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Tutto sembra, almeno ad un profano come me, risolversi in una grande partita di giro tra istituzioni bancarie e finanziarie che operano a livelli diversi ma convergono verso lo stesso risultato di mantenere elevatissimo il tasso di interesse verso i debitori di ogni specie.

Sotto questo profilo il governo Monti può ascrivere come un suo grande successo il definitivo tramonto della politica. Aiutato in questa disfatta storica dell’ideale democratico dalla complicità degli stessi partiti che attualmente dichiarano di sostenerne l’esistenza a causa dell’emergenza. Una politica che non sa governare l’emergenza è infatti di per sé fallimentare, ma lo è ancora di più se non solo accetta il disprezzo con cui molti ministri tecnici trattano gli esponenti dei partiti ma anche appare dilaniata dai conflitti interni. La questione del destino del lavoro dipendente non è una questione di coscienza e non si può tollerare, come accade nel Pd, che qualcuno pensi e dichiari il contrario di quello che il segretario dice ufficialmente. Proprio per questa situazione così confusa e torbida ritengo che tutti gli organi di stampa, gli intellettuali e le forze vitali della società debbano mobilitarsi affinché cessi al più presto questa assoluta anomalia.

Le prossime elezioni amministrative sono un’occasione perché in tutte le realtà locali si sviluppino vere e proprie conferenze pubbliche per verificare le scelte democratiche dei candidati e i motivi delle diverse aggregazioni. Sebbene le elezioni amministrative abbiano apparentemente un significato più legato alla gestione del potere locale che alla politica nazionale, ritengo che questa volta occorra sovraccaricarne il significato, perché il carattere ravvicinato tra istituzioni locali e popolazioni può consentire innovazioni reali che non possono essere disegnate nei vertici di partito e nelle sedi romane. 



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COMMENTI
29/03/2012 - 48 milioni di culture (francesco taddei)

Investire in cultura significa: per i privati massimizzare i profitti (a volte con veri danni per i beni culturali) e per il presidente Napolitano più l'esercito degli acculturati del bene pubblico, aumentare le assunzioni e gli stipendi. Efficienza, meritocrazia e buona gestione sono concetti sconosciuti alla massa (basti vedere l'indegna retribuzione per i restauratori, esterni al settore pubblico). Inoltre, cultura come identità e tradizione da rinnovare mantenendone il senso, da destra se n'è persa traccia, da sinistra è palesemente avversata in nome del multikulti e del progetto di scardinare "apprescindere" tutto ciò che sa di identità.