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SCENARIO/ Sapelli: bene il proporzionale, basta con gli "uomini della Provvidenza"

Mario Monti con Silvio Berlusconi (Infophoto) Mario Monti con Silvio Berlusconi (Infophoto)

Certo, anche se forse in Italia non è mai iniziato. Come ha già spiegato Giorgio Galli in un suo famoso libro, il bipolarismo funziona quando i due partiti maggiori riescono a raccogliere insieme l’80 per cento. 
In Italia, in questi anni, sommando i voti delle due forze più grandi si arrivava a mala pena al 50 per cento. È stato un bipolarismo, ma di blocco, di coalizione. Un’invenzione sudamericana.  

C’è però chi dice che con il nuovo sistema si rischia ingovernabilità e frammentazione.

Vede, questo è il timore di chi pensa che con i meccanismi elettorali si possa comporre la società e si possa ridurre la frammentazione. I sistemi elettorali però non la riducono, al massimo la nascondono. Se la frammentazione c’è, bisogna essere in grado di governare facendoci i conti.
Non a caso Lula ha governato il Brasile con un partito del 25 per cento e una coalizione di 15 partiti. Se si ha paura di questo significa che manca la forza aggregante. Ma allora è meglio cambiare mestiere e lasciar perdere la politica. 

C’è un’altra critica, che viene soprattutto dai nostalgici di Berlusconi, secondo la quale in questo modo andranno perse alcune novità introdotte dalla cosiddetta Seconda Repubblica: l’obbligo di dire prima del voto quali saranno le coalizioni, ad esempio. 

Stiamo parlando però di illusioni, nate in un periodo in cui una parte d’Italia ha creduto che un uomo forte al comando avrebbe potuto restituire alla politica quello spazio che gli era stato tolto dallo strapotere che la magistratura aveva, e che ancora ha. Ma la frammentazione non si vince nemmeno con la leadership e con i partiti leaderistici.
D’altra parte il governo Berlusconi è stato esautorato con un colpo di stato sudamericano annacquato, fatto con le armi eleganti dell’estremizzazione del pericolo della crisi. Le immagini di Atene in fiamme hanno fatto cadere il governo, anche se era di impostazione leaderistica. 
A mio avviso, comunque, bisogna riabituarsi all’idea che la politica sia una comunità di destino e non sia fatta dagli "uomini della Provvidenza". 

Al di là dei giudizi di merito, da questa riforma, per ora solo annunciata, lei vede l’inizio di una ripresa della politica? O ha ragione il premier a citare i suoi sondaggi. 


COMMENTI
30/03/2012 - La piazza – seconda parte (Daniele Scrignaro)

… che sia tramite di quell’essere “cointeressati in una comunione di beni” (koinonoi). E con una modalità che consenta di interagire secondo le disponibilità di ognuno di orario, di tempo da dedicare, di interesse. Per quanto concerne la tecnica (chiarito quanto sta prima) e se assodato, per esempio, che le sezioni di partito della Prima Repubblica presupponevano ritmi, delle giornate dei partecipanti, regolari e diffusi che non sono riscontrabili ora, ancora una volta il “molta osservazione e poco ragionamento” di Alexis Carrel può aiutare. Uno strumento che di fatto si è mostrato capace di aggregare molte persone, anche tipi umani diversi e in contesti diversi (es. elezione di Obama, Primavera araba, persecuzione in Tibet – fino a convincere al “pensiero del Papa su Twitter”) è il network. Non a ruota libera come nei forum o social-network usuali, andrebbe formulata una netiquette specifica, questa sì che ricalchi modi sperimentati della vita di sezione (servono ad es. garanzia sull’identità del partecipante, riassunto periodico della discussione, votazione dei contributi e per l’avvio di nuovi topic). Non può sostituire “la forza aggregante”; forse, sgombrare il campo dall’alibi di deleghe al buio fino al termine del mandato (l’alibi agli elettori per scontate e infeconde lamentazioni, agli eletti per non rendere conto e fare ‘casta’).

 
30/03/2012 - La piazza – prima parte (Daniele Scrignaro)

Condivido che la politica sia un “mestiere” – non una vocazione o una missione, almeno, non più di quanto lo sia un altro lavoro – e non conosco attività lavorativa in cui il problema principale sia quello tecnico di cui, nel caso in questione, il sistema elettorale è una componente determinante. Credo che non esista il sistema ideale: come dicevo nel commento dell’altro giorno al senatore Ceccanti, nel maggioritario c’è stato Bossi a fare il bello e il cattivo tempo, ma nel proporzionale precedente, tra i tanti, Craxi ha potuto dire (e fare) la sua. Invece, certamente, più che alchimie e analisi ‘dietrologiche’, “servirebbero meccanismi capaci di includere nelle procedure parlamentari e nella democrazia le masse [!?], non di escluderle”, come più volte ha anche ricordato il cardinale Scola, “ai fedeli laici cristiani tocca partecipare a questo compito sociale e politico in maniera molto più pronunciata di quanto non sia avvenuto in questi ultimi venticinque anni”. Almeno quanto i manifesti e i programmi, serve un metodo per la condivisione e la comunicazione. Un luogo per un rapporto eletti-elettori sistematico e critico, sia come sviluppo dei giudizi e valutazione degli obbiettivi, sia come crescita della conoscenza e coscienza civile; che sia anche canale agile del disagio di comportamenti, pronunciamenti e silenzi contrari – per quanto mi riguarda – alla Dottrina sociale che hanno ingenerato sconcerto. Un luogo ...