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SCENARIO/ Barcellona: la minaccia dei poteri neoliberisti che ispirano la "politica" dei prof

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Il rapporto tra impresa e lavoratore si è parcellizzato in un faccia a faccia in cui il lavoratore non ha più alcun potere contrattuale e nessuna tutela collettiva e pubblica. Gli atteggiamenti diffusi che stanno accompagnando questa fase certamente involutiva della nostra civiltà sono non solo quelli che proclamano flessibilità e precarietà come necessità ineluttabili, ma anche l’umiliazione del mondo del lavoro verso il quale non esiste più alcun obbligo di garanzia collettivo. Ciò che si sta infatti perseguendo anche nell’attuale dibattito italiano è l’umiliazione della persona del lavoratore e il suo isolamento individuale che, oltre ad eliminare le garanzie giuridiche conquistate, tende a delegittimare il solo vero strumento di tutela collettiva che in passato è stato realizzato dal sindacato e dalla contrattazione nazionale. È stata completamente cancellata dalla rappresentazione sociale la realtà di un’enorme disuguaglianza di potere tra le grandi imprese, organizzate ormai quasi sempre in forma di holding, e il singolo operaio di Melfi o di Pomigliano.

Ciò che colpisce delle politiche provocatorie di Marchionne è proprio il fatto di considerare il lavoratore occupato allo stesso livello di una componente meccanica del prodotto finale. L’operaio è diventato meno di una cosa, un semplice numero in una contabilità che non tiene affatto conto della sua esistenza come persona e come membro di una comunità. Nessuno sta denunziando il fatto gravissimo che umiliando e svalorizzando il lavoro si colpisce la stessa idea di persona, intesa come totalità di vita e di relazioni, che in passato è stata l’idea guida di ogni vero progresso umano. Se si guarda alla scena mondiale è infatti assai facile cogliere questo aspetto comune alle diverse economie mondiali e cioè la tendenza a creare condizioni di competizione soltanto abbassando i salari e rendendo sempre meno garantito il diritto al lavoro e all’assistenza pubblica (privatizzazione della salute, della scuola, dei servizi, primato del mercato come unico strumento per soddisfare ogni bisogno umano). Tutti gli spazi extramercantili, che in passato hanno fatto da contrappeso alla mercificazione generale, vengono progressivamente soppressi in nome della libera concorrenza, e la figura del lavoratore sostituita dal generico consumatore di merci. Si assiste cioè ad una vera e propria catastrofe culturale in cui la realizzazione dell’uguaglianza è affidata unicamente al mercato e non già allo statuto umano delle persone che costituiscono una comunità di cultura e di destino.

All’oggettivazione cosale della persona del lavoratore corrisponde sempre più l’arroganza dei poteri economici che intervengono persino nei dettagli della produzione legislativa, degradando ogni principio di sovranità nazionale a pura esecuzione di comandi esterni prodotti da organismi sopranazionali senza alcuna legittimazione democratica. Il Parlamento europeo è una pura pantomima, mentre gli organismi prodotti dalle intese intergovernative fanno e disfano secondo criteri difficilmente comprensibili dall’opinione pubblica. Tutta la campagna europea di austerità e di sacrifici è argomentata ignobilmente con la necessità di non fare la fine della Grecia che appare il Paese reprobo da immolare sull’altare della finanza.

È singolare come tutto ciò accada nascondendo all’opinione pubblica la verità che è in atto in tutto il mondo occidentale, e non solo in esso: una gravissima crisi di efficienza del sistema capitalistico che in questi ultimi anni ha non solo determinato aumenti vertiginosi delle disuguaglianze, ma ha alimentato guerre, stermini, truffe mondiali a danno dei risparmiatori dei vari Paesi, depauperamento dei ceti medi di tutte le nazioni.