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SCENARIO/ Barcellona: la minaccia dei poteri neoliberisti che ispirano la "politica" dei prof

Pubblicazione:sabato 3 marzo 2012 - Ultimo aggiornamento:sabato 3 marzo 2012, 9.28

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Mario Draghi ha annunciato che lo Stato sociale è morto. Sembrerebbe trattarsi di una pura presa d’atto di un evento già accaduto giacché sulla stampa ufficiale, italiana e straniera, si susseguono i commenti alla crisi che affermano con varie argomentazioni che il rilancio dell’economia può realizzarsi soltanto eliminando tutte le tradizionali tutele dei lavoratori e dei soggetti più deboli delle società nazionali. Solo qualche voce isolata come Krugman si sforza di mostrare quanto questo giudizio sulle responsabilità della spesa sociale nella crisi europea e mondiale sia assolutamente privo di riscontri reali ed esprima essenzialmente un’ideologia che tende ad assoggettare l’intera vita sociale alle logiche del capitalismo selvaggio. Krugman, polemizzando con i repubblicani del suo Paese, afferma che il tentativo di addossare la crisi europea all’eccesso di spesa sociale è una pura falsità.

Anche a prescindere tuttavia da questi dati obiettivi che dovrebbero essere onestamente portati a conoscenza dell’opinione pubblica in modo serio e comprensibile, intendo riflettere sul significato più profondo che la dichiarazione di morte dello Stato sociale assume nella nostra vita collettiva. Lo Stato sociale non è stato un lusso delle società opulente che estendevano il benessere anche agli strati popolari, ma il vero collante sociale che ha istituzionalizzato il valore della solidarietà tra gli appartenenti ad uno stesso Paese. Il senso dello Stato sociale, o come è stato chiamato del “compromesso socialdemocratico”, è stato fondato su due principi che adesso sono totalmente dimenticati: il principio che il movimento operaio e i suoi strumenti organizzativi, politici e sindacali, rinunciavano a mettere in discussione la proprietà privata dei mezzi di produzione e il principio correlato in base al quale gli imprenditori accettavano di trasformare una parte della ricchezza prodotta in tutele e garanzie per i lavoratori e le loro famiglie.

Gli istituti dello Stato sociale erano perciò il principale strumento di redistribuzione della ricchezza prodotta, di modo che il risultato del lavoro andasse in forme diverse dal salario a beneficio dei lavoratori e dei soggetti più deboli. Insomma, lo Stato sociale realizzava una solidarietà compensativa attraverso un compromesso fra Stato e mercato, tra impresa e lavoro, che legittimava il funzionamento complessivo del sistema Paese in un quadro di compatibilità condivise. La fine dello Stato sociale, che viene così insistentemente proclamata e auspicata, è quindi prima di tutto la rottura del patto di coesione che sta alla base della comune cittadinanza. Lo spazio della conflittualità veniva limitato alla sfera distributiva e non consentiva a nessuna delle parti in gioco di affermare la propria supremazia nei confronti dell’altra.

Lo Stato sociale, giova ripeterlo, è la forma della coesione nazionale che si rifrange sulla vita collettiva creando un vero e proprio modello di civiltà il cui presupposto è la pari dignità di tutti gli attori in campo. Con l’attacco allo Stato sociale si mette in discussione il principio costitutivo delle moderne democrazie sorte dopo la seconda guerra mondiale. Purtroppo questa messa in discussione radicale del principio di coesione sociale degli Stati nazionali nati dopo il conflitto mondiale, si sta realizzando attraverso una vera e propria offensiva culturale che tende a ridurre il lavoro ad una pura merce che ciascun lavoratore produce ponendosi alle dipendenze di un padrone. 


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