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LETTURE/ Quel sottobosco post-comunista dove o ci si ripara o si combatte

Pubblicazione:sabato 31 marzo 2012 - Ultimo aggiornamento:sabato 31 marzo 2012, 23.21

Michele Emiliano (InfoPhoto) Michele Emiliano (InfoPhoto)

Ambiente diverso e altre referenze tra la vegetazione della Calabria, dove la strada del “fratello minore di D’Alema” s’incrocia con quella di Lorenzo Cesa e della sua società di famiglia, la Global Media, che si occupa di eventi e comunicazione aziendale. Tra i clienti della Global Media, per 350 mila euro, risulta la società Pianimpianti (di cui De Santis è stato vicepresidente del consiglio d’amministrazione tra luglio 2006 e luglio 2007), finita nell’inchiesta “Energopoli” per la mancata costruzione di una centrale a turbogas finanziata coi fondi europei.

Ma il nome di De Santis spunta anche tra la macchia mediterranea della Liguria, feudo del dalemiano Claudio Burlando, dove Gatti e Sansa lo trovano seduto, insieme a tanti uomini vicini al centrosinistra, nel cda di Festival Crociere, “la Parmalat della navigazione”, fallita nel 2004 lasciando un buco da oltre 270 milioni – alimentato anche dall’acquisto di case e yacht per amici e parenti. Più a Nord, a Sesto San Giovanni, nel regno di Filippo Penati, ecco De Santis impegnato in una gigantesca operazione immobiliare come presidente della MilanoPace Spa accanto ad altri “amici di baffino”, come il costruttore Enrico Intini da Noci, provincia di Bari, 44 società per 4 mila dipendenti. Proprio dagli atti dell’inchiesta barese sul “ciclone Gianpaolo Tarantini”, l’imprenditore che procacciava le escort al Cavaliere, risulta una telefonata di “Gianpi” a Berlusconi per parlargli “di Sesto san Giovanni” dove, insieme a un amico, “abbiamo costruito delle cosine”.

Insomma una strana riedizione del “compromesso storico” quella che emerge dal sottobosco. Un ambiente che molti troveranno forse cinico e spregiudicato, anche se ognuno dei protagonisti potrebbe ripetere: perché mi accusate senz’altra colpa che delle relazioni di amicizia? Resta da capire che cosa succederà al riparo degli alberi d’alto fusto dopo l’ingresso tra la vegetazione italiana di una specie particolarmente evoluta: l’homo bocconianus con un genotipo nord-europeo portatore di nuovi comportamenti e di un insolito linguaggio. Riusciranno a trovare un riparo o magari una qualche forma di adattamento le specie dalemiana e berlusconiana in questo momento di crisi della politica? Oppure l’homo bocconianus si servirà della sua “tecnica superiore” per conquistare in via definitiva e verrebbe da dire darwinianamente il paese, sottobosco incluso?



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