BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

Politica

SCENARIO/ Sardo (L’Unità): Bersani, queste primarie sono la nostra morte

La vittoria di Ferrandelli alle primarie di Palermo ha riaperto la polemica nel Pd su uno strumento che ha già riservato parecchie delusioni ai democratici. L'intervista a CLAUDIO SARDO

Pier Luigi Bersani (Infophoto)Pier Luigi Bersani (Infophoto)

La vittoria di Fabrizio Ferrandelli alle primarie di Palermo riapre la polemica nel Pd su uno strumento che, da Napoli a Genova passando per Milano, ha già riservato parecchie delusioni ai dirigenti democratici. Ancora una volta, infatti, il candidato appoggiato dalle segreterie è stato punito dalla base, anche se questa volta si trattava di Rita Borsellino, nome altamente simbolico su cui, tra l’altro, si era verificata la convergenza di Pd, Sel e Idv.
«Un voto contro la “foto di Vasto”» nell’analisi del montiano Enrico Letta e di tutta l’area veltroniana. «Un risultato che potrebbe portarci a chiedere le dimissioni di Bersani», ha dichiarato il senatore Beppe Lumia, sostenitore del candidato vincente.
«Al di là di qualche inutile polemica, non è la leadership del segretario del Partito Democratico a essere in discussione – spiega a IlSussidiario.net il direttore de l’Unità, Claudio Sardo –. E non c’era certo bisogno di Palermo per capire che il trio di Vasto non rappresenta più una prospettiva soddisfacente. Sostenendo il governo Monti, il Pd ha infatti scelto di collaborare per rilanciare una democrazia competitiva in cui si propone come una delle due opzioni politiche affidabili. Una decisione in cui si può cogliere il senso di una non autosufficienza, ma anche di un’alternativa.
Chi costruisce delle teorie sui singoli episodi rischia invece di contraddirsi. Seguendo quella logica, Genova avrebbe dovuto consacrare l’alleanza con Sel e Idv».

Direttore, quale dato politico bisogna trarre allora da queste primarie?

Faccio una premessa. Stiamo parlando di uno strumento di selezione della classe dirigente, basato su alcune regole concordate in precedenza. E il risultato va accettato, anche se il candidato del Pd viene sconfitto. Nel caso di Palermo, a mio avviso, il vero rischio da scongiurare a questo punto è che si ripeta, tra i vari riconteggi, l’esperienza napoletana nella quale alla fine non ci furono vincitori. Detto questo, la vittoria di Ferrandelli non è certo frutto del caso.

Cosa intende dire?

Il Pd in Sicilia negli ultimi due anni ha impostato una politica di collaborazione con il Terzo Polo che ha ricacciato all’opposizione il Pdl. Questa esperienza evidentemente non si è fatta mettere tra parentesi e ha avuto dei riflessi negativi su una candidatura come quella della Borsellino, che prevedeva una rottura netta con il Centro. 

Al di là del dato locale, secondo lei non sono proprio quelle regole concordate di cui parlava prima a dover essere ripensate?

Guardi, io sono convinto che le primarie siano un elemento identitario del Pd, ma non debbano essere usate per regolare i conflitti interni a una coalizione.
Laddove sono state inventate (Usa) e importate (Francia) esistono dei correttivi che noi non abbiamo saputo prevedere. Per questo sono convinto che sia il caso di passare alle primarie di partito, altrimenti il rischio è quello di non avere maggiore democrazia, ma un deficit della stessa.
D’altronde il maggioritario di coalizione è il cancro della Seconda Repubblica e questo strumento, inserito in un corpo malato, non ha portato i frutti sperati.

Quali sono gli effetti collaterali più gravi?


COMMENTI
06/03/2012 - Trasecolo, cado dalle nubbbi (Alberto Consorteria)

Ma da quando "le segreterie" dovrebbero produrre il candidato vincente? Perché viene analizzato come un problema qualcosa che un problema non è? Sbaglia, se mai, il PD a puntare su un nome del partito contro nomi della gente: basta endorcement, corsa libera. Ma cosa voleva sardo o il PD? Che Pisapia non vincesse le primarie così perdevano ancora a Milano? è una questione di orgoglio? Che concetto bizantino... il "candidato delle segreterie"... vien voglia di non votarli anche solo per il fatto di rappresentare gente di apparato piuttosto che politici.