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SCENARIO/ Perché la Lega light di Maroni "espelle" anche Miglio e Tremonti?

Pubblicazione:giovedì 12 aprile 2012

Bossi e Miglio (Infophoto) Bossi e Miglio (Infophoto)

Dovendo poi misurarsi di nuovo con una fase di governo, Bossi è stato credibile, ha cioè prospettato una piattaforma con obiettivi e relativa “road map” grazie all’apporto di Giulio Tremonti. È Tremonti l’inventore e il gestore del “Federalismo fiscale” come nuova “Grande Riforma” in attuazione.

Ora la Lega per riposizionarsi in modo da produrre un appassionato consenso – se vuole andare al di là dello “zoccolo duro” (di un “cerchio magico” di base opposto a quello di vertice) – ha bisogno di una leadership che sappia offrire un nuovo disegno all’altezza della “Grande Riforma” di Miglio e del “Federalismo fiscale” di Tremonti.  Spazio e richiesta sulla “questione settentrionale” non solo come “giro dell’oca” di un mugugno di mera protesta, esistono e sono fondati, ma non basta l’“orgoglio”. Da Bergamo viene un nuovo equilibrio di potere per il Partito, ma è mancata una piattaforma. Non è emersa la rotta da seguire. 

Anche Pd e Pdl hanno una situazione non ancora definita: D’Alema è vicepresidente di un’Internazionale Socialista di cui il suo partito non fa parte e il Pdl è alle prese con una “orgogliosa” rifondazione di una “bella destra” che però taglia la strada all’obiettivo della leadership italiana del Partito Popolare europeo.

Le prossime elezioni del 6 maggio sono quindi molto importanti. Il fatto che i principali leader politici ne prendano preventivamente le distanze e ne ridimensionino la portata non cambia la sostanza.
Allo stato attuale quasi la metà degli elettori non dichiara se voterà e per chi voterà. Il voto quindi ci dirà con esattezza l’entità e la collocazione finale del dissenso e della  protesta.

Di certo la cosiddetta antipolitica si pasce del fatto che siamo l’unico paese al mondo in cui da più di vent’anni si discute di nuova legge elettorale. Immaginiamo che cosa diremmo noi di una Francia o di una Germania in cui partiti e giornali continuassero dal 1991 a discutere e a chiamare i cittadini a pronunciarsi su quale sistema sia migliore per votare e per finanziare i partiti dicendosi vittime di un debito pubblico la cui responsabilità i politici e gli editorialisti scaricano sui governi di trenta e quaranta anni prima.



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