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DIMISSIONI BOSSI/ 2. Tra familismo e successione, i nodi irrisolti di una crisi profonda

Le dimissioni di Umberto Bossi, clamorose nello psicodramma dei militanti e insieme scontate, sono in fondo un atto dovuto, l’estremo tentativo di salvare il Carroccio. MARCO ALFIERI

Umberto Bossi e il figlio Renzo (Infophoto) Umberto Bossi e il figlio Renzo (Infophoto)

Non c’è più il Capo ferito e malato, sporcato dagli scandali e da un familismo così tipicamente italiano (non solo meridionale), che dopo il coccolone del marzo 2004 ha travolto lui insieme alla sua creatura, la Lega Nord. Nonostante nel ciclo elettorale 2008-2010 il Carroccio abbia addirittura pareggiato il record di voti del 1996, quando corse libera e bella in solitaria contro “Roma Polo” e “Roma Ulivo”. Era l’ultimo giro di tango radioso, prima del crepuscolo.  

Le dimissioni di Umberto Bossi, clamorose nello psicodramma dei militanti e insieme scontate, sono in fondo un atto dovuto, l’estremo tentativo di salvare un partito invecchiato nei vertici, sfuocato nell'agenda politica, spiazzato dalla crisi mondiale e spaccato in fazioni e correnti dopo l'unanimismo bulgaro dei tempi d'oro. Un movimento che ha cambiato per sempre la storia recente, quotando al mercato della politica le ansie, le aspettative, le paure e le ambizioni di interi ceti del nord Italia alla fine del secolo breve: orfani del fordismo, valligiani pedemontani spaesati dalla globalizzazione, partite Iva vessate da fisco rapace, burocrazia borbonica e "Roma ladrona" e infine lavoratori a bassa scolarità in concorrenza con l’immigrazione extracomunitaria che nell’ultimo ventennio si è fatta incipiente nei territori produttivi del nord Italia.

Il federalismo come alfa e omega che riassumeva tutto: padroni a casa nostra, risorse comprese. Fino al grande accordo con l’individualismo proprietario berlusconiano dell’amico Silvio, insultato e poi difeso a spada tratta oltre ogni circostanza: la saldatura del blocco dei produttori che li riporta insieme a palazzo Chigi nel 2001. Fino al terzo ciclo leghista, quello no global di oggi, la paura e la speranza per una modernizzazione incompiuta in cui il rancore verso il sud assistito, il vade retro burocrazia, il meno tasse per tutti si sposa con la paura del diverso, l’anti-islamismo e la protezione della roba contro l’invasione cinese.

Ora toccherà al delfino di sempre, Roberto Maroni. Ma è immaginabile un Carroccio senza più Bossi al comando? È concepibile un supplemento di storia padana dopo 25 anni di protagonismo assoluto? In una parola: ci sarà ancora la Lega dopo il ritiro del Capo carismatico (anche se lui frena e dice che il suo non è un addio)?

Nemmeno quando alle Politiche 2001 scese al minimo storico (3,9%), pagando a caro prezzo il matrimonio bis con Berlusconi che per un pelo non li cannibalizza, il Carroccio era così politicamente in apnea. Nemmeno nei giorni caldi dello scandalo Credieuronord o della malattia del Capo (marzo 2004), il partito era così senza bussola. In quei mesi non fu mai in discussione quel patrimonio di diversità (percepita) e carica antisistema di una forza dalle mani pulite, nata dal lavacro di tangentopoli, che, in fondo, è sempre stata la polizza vita del Carroccio. Un movimento esploso sulle macerie della Prima Repubblica e che, agli occhi della gente, ha sempre rappresentato, magari senza condividere le ragioni della ditta, un modo diverso di fare politica.


COMMENTI
06/04/2012 - Cicli e ricicli storici (Vulzio Abramo Prati)

Il fatto che far entrare i figli in politica fosse un errore era chiaro a tutti vent'anni fa, quando il figlio del politico si chiamava Bobo e certi striscioni leghisti in piazza della Scala lo ricordavano ironicamente. Peccato aver pensato che fosse diverso per i figli propri che, in certi casi, non brillano certo per competenza!