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IL PALAZZO/ Pdl, cronaca di una lenta agonia

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Angelino Alfano (Infophoto)  Angelino Alfano (Infophoto)

Troppa ne sarebbe costata, infatti, tentare un “distinguo”, quando Pisanu si è astenuto, non per difendere Fini (che infatti non ha seguito) ma solo per difendere il diritto a dissentire, ed è rimasto solo, Pisanu, con la sua astensione. E che credibilità ha oggi chi si inventa improvvisamente un’autonomia propositiva e democrazia interna? Ha fatto comodo, Berlusconi, sai quanti casi Penati è stato possibile evitare, con una struttura del genere, senza doversi sporcare le mani in finanziamenti “obliqui”? 

A proposito, il Pd e Bersani – passando alle "rogne" dell’attuale primo partito per i sondaggi – hanno anch’essi le loro colpe. È singolare che il segretario veda l’uomo più vicino a lui, che lui stesso aveva scelto come capo della segreteria (Penati, appunto) incappare in vicende così poco chiare senza pronunciare una parola forte per censurarne i comportamenti. Se poi aggiungiamo che l’altro nome nuovo, Fassina, utilizza il suo ruolo per andare sempre contro la linea del partito emerge con chiarezza la difficoltà di Bersani a dar vita a una squadra credibile dietro di sè.


Tuttavia con l’aria che tira di una legge elettorale che non si riesce a cambiare, se il Pd concretizzerà il ruolo di primo partito che tutti i sondaggi (e i test parziali) le assegnano, a capo di una coalizione vincente alla Camera potrà far uso dei poteri debordanti del premio di maggioranza attuale, e al Senato, dove la musica sarà diversa (visto che il premio di maggioranza di fatto non vige) sarà comunque il primo partito vincente alla Camera a dare le carte, con l’Udc costretta ad allearsi. 

Si spiega così la cautela del partito di Casini dopo le aperture sui temi etici affacciate da Bersani. Una cautela adottata per non far esplodere tutta la potenziale divisità di questi temi fra partiti che in segreto già ragionano sulla necessità (non in campagna elettorale, beninteso, ma subito dopo in Parlamento) di tornare a collaborare come d’altronde già avviene adesso, con Monti.

E il Pdl? Realisticamente ha due strade davanti a sé: o dare l’ok a un nuovo esperimento di larghe intese da riprendere fra un anno, così da attutire il colpo della batosta che si preannuncia (ma il Pd ci starà?), o c’è da mettere in conto un “giro” all’opposizione. Avere avuto un doppio vantaggio clamoroso, come quello concesso nel 2008 dalle urne e da una legge elettorale sciagurata, è una circostanza che raramente – se non utilizzata – consente di rimediare senza prima aver pagato “dazio”. 

Nel frattempo c’è da sperare che Monti non sbatta la testa, perché sennò sulle sue macerie non ci sarà da godere per nessuno. Persino a Grillo, sulle macerie, passerebbe la voglia di ridere.



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