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DDL ANTICORRUZIONE/ L’esperto: la Consulta darà l’ok ma boccerà la vaghezza dei reati

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Non crede che ci siano una serie di reati (quelli di opinione, per esempio) per i quali l’incandidabilità appare esagerata?

Certo. Da questo punto di vista, la legge del ’92, è strutturata meglio. Fa riferimento a tutti quei reati che denotano un effettivo allarme sociale e che potrebbero inficiare la tutela del bene comune quali, per esempio, il traffico di stupefacenti, l’associazione a delinquere, il contrabbando d’armi, i crimini contro la persona o le malversazioni contro lo Stato. E’ indubbio che, per il momento, l’estensione della norma sia troppo ampia. Se il reato non è funzionale alla tutela del bene pubblico, infatti, non si capisce per quale ragione adottarlo come criterio per l’incandidabilità.

Dal punto di vista costituzionale, pensa che la norma sia legittima?

Direi di sì. Anzitutto, gli articoli 56 e 58 della Costituzione affermano che «sono eleggibili» a deputati o senatori tutti gli elettori; contestualmente, l’articolo 48 afferma: «Il diritto di voto non può essere limitato se non per incapacità civile o per effetto di sentenza penale irrevocabile o nei casi di indegnità morale indicati dalla legge».

Quindi?

Si presuppone che la capacità passiva (essere eletto) faccia riferimento a quella attiva (eleggere). Significa che chi non dispone della facoltà di eleggere non possa neanche essere candidato. C’è, inoltre, l’articolo 65, secondo il quale «la legge determina i casi di ineleggibilità e di incompatibilità con l'ufficio di deputato o di senatore». Il 51, infine: «Tutti i cittadini dell'uno o dell'altro sesso possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge». Ecco, la normativa attuale non sta facendo altro che stabilire tali requisiti. E, in un certo senso, perfeziona la Costituzione.

Cosa intende?

All’epoca in cui fu scritta, vi era un contesto sociale in cui la deterrenza etica aveva efficacia. Le figure di impianto costituzionale, come l’ineleggibilità e l’incompatibilità, tipiche dei sistemi liberali, si sono rivelate inadeguate. Il livello del condizionamento del malaffare alla libertà di voto, infatti, si è nel tempo evoluto. Persone che rientravano in queste fattispecie si sono candidate egualmente e, solo eventualmente e solo in un secondo momento, hanno rinunciato alla carica o alla causa di ineleggibilità. Nel frattempo, tuttavia, hanno inquinato il voto. Con la nuova norma, il problema viene risolto alla radice.

Un’ipotetica obiezione di incostituzionalità, quindi, sarebbe destinata ad essere rigettata? 

La legge del ’92 è già stata sottoposta al sindacato della Corte Costituzionale. Che, con sentenza 141 del ’96, l’ha corretta nel punto in cui non faceva riferimento esclusivamente alle sentenza passate in giudicato.

La norma apre al rischio di un’ingerenza della magistratura nella scelta delle nomine?

Indubbiamente sì. Storicamente, tuttavia, l’ingerenza della magistratura viene attenuata dai tre gradi di giudizio che rappresentano la più alta garanzia assicurabile in uno stato di diritto. Sarebbe molto peggio impedire, come hanno chiesto in molti, di impedire l’accesso al Parlamento agli indagati. Questo sì che sarebbe incostituzionale. 

 

(Paolo Nessi)



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