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GALLI DELLA LOGGIA/ Borghesi: c'è una "lezione" dei cattolici che viene prima dei partiti

Pubblicazione:lunedì 25 giugno 2012

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Questo progetto funziona nel senso paolino del katechon, di un potere che, in questo caso,  trattiene dagli effetti negativi della secolarizzazione. Dimostra invece i suoi limiti nel suo verticalismo e nel suo intellettualismo. La Chiesa extraparlamentare, in cui lo spazio culturale è gestito dalla Cei, non ha più bisogno dei movimenti o delle associazioni che, dopo il 1989, hanno assolto il loro compito storico di contenimento del comunismo. Essa promuove il suo confronto da potere a potere. La dialettica culturale è intermediaria tra poteri. Le conseguenze, da parte ecclesiale, sono un inevitabile  clericalismo, una pressione di tipo lobbistico sul parlamento, una certa astrattezza dei contenuti, validi in sé ma disancorati dagli esempi di socialità e di vita espressi nel mondo reale.  E’ per questo che il progetto culturale degli anni ’90, con tutti i suoi meriti, è rimasto  elitario e non ha contribuito ad un processo di maturazione intellettuale delle giovani generazioni dei cattolici. Selezionati per la loro componente “dialettica”, rispetto al clima dominante avverso, i valori presi in considerazione non hanno consentito ai cattolici di uscire dal “maso chiuso”, denunciato da Galli in un precedente articolo sul “Corriere”, dalla tensione tra identità e risentimento. Una tensione che si scioglie, di fatto, con l’accettazione pratica del mondo secolarizzato, rifiutato sul piano ideale.

 Se questo è il nodo – la separazione tra idealità e storia che attraversa tutta l’era berlusconiana – l’uscita dal maso si presenta tutt’altro che semplice o immediata. Essa richiede da un lato un pensiero cattolico della modernità capace di andare al di là dell’alternativa tra accettazione acritica e semplice rifiuto, progressismo e tradizionalismo reazionario. L’incontro auspicato da Galli, tra cattolici e laici, richiede questo livello. D’altra parte il pensiero cattolico non può limitarsi, come sembra pensare Galli, ad essere il semplice supporto di una politica di centro-destra in crisi e delle disfunzioni dello Stato. La dottrina  sociale cristiana, ingiustamente ritenuta da Galli evanescente nei suoi contenuti, consente di dare espressione pubblica a forme di vita associata esistenti, a valori di solidarietà dimenticati, tali da poter avere il significato di modelli. Modelli che interpellano l’intero quadro politico del Paese. In questo l’intuizione della Cei, nel 1995, era giusta. Il suo limite era nel proporre un progetto culturale calato dall’alto invece che proporsi come riconoscimento del positivo esistente, tale da raggiungere una dignità culturale e politica valida per tutti e non solo per i cristiani. 



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