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SCENARIO/ La vittoria che lascia a Maroni un mazzo di spine (e un Bossi di meno)

La Lega ha celebrato i suoi congressi "nazionali" in Veneto e in Lombardia. Come annunciato, i maroniani Salvini e Tosi si sono imposti sui bossiani. Il racconto di FRANCESCO JORI

Immagine d'archivio (Infophoto) Immagine d'archivio (Infophoto)

Maroni for president. In questo week-end, l’esito dei congressi delle due uniche vere roccaforti della Lega, Lombardia e Veneto, chiude la tormentata e ingloriosa fase dell’ammaina-Bossi. E dà all’ex ministro dell’Interno il lasciapassare per la successione, che verrà ratificata nell’assise federale in agenda tra un mese. Che fosse lui l’unica figura in grado di raccogliere un’eredità così colpevolmente dispersa, d’altra parte, non c’erano dubbi: nel coro di desolanti “signorsì” che ha accompagnato l’ormai ex Lider Maximo del Carroccio nei lunghi anni dopo la malattia che l’aveva colpito, la sua è stata l’unica voce che sia pur timidamente ha provato a contestare la deriva subìta dal movimento. Negli altri presunti capetti ha dominato la pratica del “servo encomio” che con tutta evidenza accomuna la rivendicata Padania di oggi ai suoi antenati dei tempi di Manzoni. Qualcuno dei quali ne ha approfittato pure per impinguarsi il patrimonio personale.

I due congressi del Lombardo-Veneto sono andati secondo copione. Ha vinto passeggiando a Bergamo Salvini, mentre al suo sfidante Monti va reso l’onore delle armi per la schiettezza e il coraggio con cui è sceso in campo pur sapendo di essere battuto.
Ha vinto con minor margine a Padova Tosi, dovendo peraltro far fronte a un’opposizione interna più agguerrita, anche se schierata dietro a un candidato di spessore decisamente più basso come Bitonci. Il quale fa quanto meno sorridere quando accusa il sindaco Verona di protagonismo, esercizio al quale egli si dedica con grande fervore da sempre. E fa proprio ridere quando come cavallo di battaglia rivendica l’automomia del Veneto dalla Lombardia: cosa che fino all’altro giorno veniva bollata come suprema eresìa dal segretario fino all’ultimo militante. Molto più efficace sarebbe stata l’alternativa proposta da Toni Da Re (indotto a ritirarsi), che da segretario di Treviso aveva saputo portare la sua provincia a essere la più leghista d’Italia, con quasi il 50% dei voti.

Ma il difficile comincia adesso. Pur forte di un larghissimo controllo del movimento, Maroni si prepara a prenderlo in mano nel momento peggiore. Alle amministrative di maggio, la Lega ha tenuto solo 2 dei 12 Comuni in cui governava. Ha subìto un tracollo in percentuali, e ancor più in voti assoluti. I sondaggi la danno in caduta libera. Il concomitante sfacelo del centrodestra le fa venir meno la sponda dell’alleato grazie al quale negli ultimi dodici anni aveva ottenuto posizioni importanti di governo, al centro come in periferia.