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Politica

PDL/ Rotondi: addio a Monti e a Casini, la sfida Alfano-Bersani è aperta

Non nascerà un nuovo partito. Silvio Berlusconi lo ha ribadito nell’ufficio di presidenza del Pdl. Nessun attrito quindi con Alfano e Schifani? L'intervista a GIANFRANCO ROTONDI

Immagine d'archivio (Infophoto)Immagine d'archivio (Infophoto)

Non nascerà un nuovo partito. Silvio Berlusconi lo ha ribadito oggi nell’ufficio di presidenza del Popolo della Libertà. Nessun attrito quindi con il segretario, Angelino Alfano, pronto ad accettare la sfida delle primarie, e con il presidente del Senato, Renato Schifani, autore di una lettera-manifesto pubblicata da Il Foglio nei giorni scorsi.
«Quello di oggi è stato un incontro molto positivo per il partito – racconta a IlSussidiario.net Gianfranco Rotondi –. Il Pdl passa all’azione e mette fine al chiacchiericcio dei giornali. Le sette liste, lo spacchettamento, l’inseguimento di Casini e Montezemolo sono tutte fantasie. Per quanto riguarda Schifani, invece, il suo messaggio rientra appieno nella tradizione dei grandi presidenti del Senato, da Fanfani a Morlino fino a Mancino. Figure di grande equilibrio che nei momenti eccezionali hanno saputo dare un consiglio alla loro parte politica».

Possiamo escludere una volta per tutte la formazione di liste “movimentiste”?

Direi di sì, evidentemente ci sono giornali che al posto di commentare le notizie vere preferiscono fabbricarne di nuove a loro piacimento.

Anche con Pier Ferdinando Casini il discorso è chiuso?

Vede, io non ho mai creduto a una nuova alleanza con l’Udc. Casini è un democristiano dorotoeo. Non è venuto con noi quando vincevamo e non riesco a indovinare perché dovrebbe farlo adesso.

Il Pdl rinuncia perciò alla costruzione della Casa dei Moderati?

Non rinuncia a nulla, deve fare solo una cosa. Se Bersani chiede le chiavi per governare il Paese deve accettare la sfida. Contrapponiamo Alfano a Bersani, con tutte le leggi elettorali il duello sarà quello.

Il Pd ha rimandato al mittente la vostra proposta sul semipresidenzialismo.

Non importa. La faremo passare a maggioranza sia al Senato che alla Camera. Se a loro non piace c’è sempre l’istituto del referendum. Dopodiché la legge elettorale è solo un accessorio. Se servirà, faremo a maggioranza anche quella.

A doppio turno?

È un’ipotesi in un’ottica d’intesa con il Pd, che ne fa un suo feticcio. Io però non sono tra quelli che si innamoro di un modello elettorale.

La leadership di Alfano dovrà affermarsi attraverso le primarie?